3SH1IWS S3 1 HVd an UBRARIES SMITHSONIAN INSTITUnON NOU.nilJ.SNI nvinoshìiws 2 r* _ z r- _ 2 r~
HSONIAN- INSTITUTION N01inill$Nl~NVIN0SHllWS S3 l U VH 8 ll~LI B R AR I ES SMITHSONIAN z m 21 ^ ^ 2
< 4&.S. 2 .g - . z
> ^ ^SOaj_dC^^ 5 ’ '"4^ s ^
OSHillMS^Sa I HVH a n_ LI BRAR I ES SMITHSONIAN _INSTITUTION° NOUnillSNI^NVINOSHJLIWS
* «I /jSfc. ? /g|SDx I «tck
^ ^ v*v, ££ ''fffiÉijjffi t _
o 5 J/^0^ 5 f? Q
HSOmAN^INSTiTUTION2 NOIlfìlliSNI^NVINOSHlllAIS^SS I dVd a 11 ^LIBRARI E SMITHSONIAN “ z r , z r~ 2
O vfoSTlVìTkS. _ . ,V\ O j/C5STIT7r^v *“ O
00
m ì" XjVAS>^X m ' \W ^ >^.>VASn>- m
00 £ co ' " — co
osmi ws sa lava a n ubraries smithsonian institution NoiinmsNi nvinoshiiws
W Z -, <2 _ 2 w £« Z
- ^ - /3Sng£K S a § < xrasffi
ss' =." - - ^ | | | ." |
/VOS V^y/ D>
HSONIAN INSTITUTION ^NOIinillSNI^NVINOSHillAIS^SB lava B nZUBRARIES</>SMITHSONIAN 5 _ - « ^ z X °? ^ 5 _ «
oshìiiais saiavaan ubraries smithsonian institution NoiinmsNi nvinoskliws
2 r- _ Z r- _ 2 r-
m ^ NMJU5J2 m
co — in ~ co
HSONIAN INSTITUTION NOIinillSNI NVIN0SH1IWS S3 I ava 8 I1_ U B R AR I ES SMITHSONIAN
Z ,V. OT Z
1 5 ^LS&V 1 i | N^Sgi
ioshiiws" sa i ava a n— li b rar i eswsmithsonian institution NouniiiSNi nvinoshiiws
CO ~ CO X co
o DL/ __ Q _ X^'UllS^-' Q
rHSONIAN^lNSTITUTION^NOIinillSNI^NVINOSHimS^Sa I B VB 8 11 ^ L I B R AR 1 ES^SMITHSONIAfs r z r , 2 r- 2
oa"\oX o y<uSTm>v __ .vv O — vf'vcTiv^v o
"/* CD
ri&h* 2
_j ^ -J _l Z -I
SII LIBRARIES SMITHSONIAN INSTITUTION NOUfUllSNI NVINOSHillAIS S3iavuan II
, *" 1 y A | /gjÈ&v ® jfS* °
S 5 . 'jCé? » %% D /w^ì »
g Ut »-* ìsw sW&r > U^. ..^ìs) *- laKt dSol >
C/J
m — xjoìuaj^ ni _
riON ^ N0llfUliSNIl“~MVÌN0SHillAIS S3 I 8 V8 8 ll~L I B R AR I ES SMITHSONIAN ~INSTITUTION ** N
in 2 _ <2 2 <2 2 </>
2 O co
§
> ^sp*' 2 > 'W'’ 2 g Ngjxiig/ S >
a llZ LI B RAR I ES^SMITHSONIAN INSTITUTION NOUfUllSNI NVINOSHlliNS^SS I d Vii 8 11 2 L 9 00 5 ^ ^ m 5 .... . u> ~
O Q
riON^NoiiniiiSNi^NVihiosHims^sai ava a n “"librari es2smithsonianjinstitution ni
2 r~ 2 r* 2 r- 2
O >ro5mTr?v .... a. O x^rìn^x “■* /TmjJv O Z X^alS^Jx. O
m • \w x; n^vasv^ gn x^vos^x x; ro
{/> ' = _ </>
BIT LIBRARIES SMITHSONIAN INSTITUTION NOUfUliSNI NVINOSHIIINS SBIBVBSn LI 2 </> __ 2 « </> 2 ^ 2
< - 2 S Jk 2 /MA'* S yfflgjg.
x /*’£■ o %à x o x
cn 8p ^f£j oo x^SlL c/j J&'JP':. u> kf£ 3 i oo
§ y&Aim 5 Xwr 9 évM * «fc. ■» 1 °
fc. 2
fc O
2 O
« Q I *• - - - ^ g
s > '<KSS>' s •VJJV >• • 5 X^WÌS' > 2
riON wN0iiruiiSNi nvinoshìiws^sb i ava a nzu brar i es“smithsonian institution wn<
CO _ _ 2 \ ^ ^ ^ ~ _ ^
CP
Ui
fiù
O Z o
«J -1 2 _t 2 «i
an LIBRARIES SMITHSONIAN INSTITUTION NOUfUllSNI NVIN0SH1IIAIS S3IBVBan LI z C ^ z r* 2
^v^sovtv O . /SX O xXu9V4?nv Z . • O
pì x^v 0C.JS — Pi 2 NSgjlilsgX rn ^ xg?iii.sj^ m
TION^ NOIinilISNrNVINOSHilINS S3 I BVd 8 IT^LI B RAR I E S^SMITHSONIAN" INSTITUTION N w 2 - - ^ ^ z ^ g 2 co
z ^ «2 _ 2
| a n~ LI B RAR I ES^SMITHSONIAN^INSTITUTION^NOIiniilSNS NVIN0SH1IIAIS^S3 I 8 Vd 8 11 L
5 X^VDCjX Z o ^ ^ O
TI0N N0linillSNl“'NVlN0SHlllNS:ZS3 I dVdail^UB RAR I ES^SMITHSONIAN^INSTITUTION Ni 2 r* * 2 9“ 2 ^ z
X 2 Z ° /^X r 2 ^éÉ^. m xTSBx 2
ISSN 0366 - 2047
QH
7
S62A2Z
NH
BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ DEI NATURALISTI IN NAPOLI
VOLUME XC - 1981
GIANNINI EDITORE NAPOLI 1982
NORME PER LA STAMPA DI NOTE NEL BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ
Art. 1. — La stampa delle note è subordinata all’approvazione da parte del Comitato di Redazione che è costituito dal Presidente del Consiglio direttivo, dai quattro Consiglieri e dal Redattore delle Pubblicazioni. Il Comitato di Redazione qualora lo giudichi necessario ha facoltà di chiedere il parere consultivo di altri, anche non soci.
Art. 2. — I testi delle note devono essere consegnati al Redattore, dattiloscritti in duplice copia, nella stessa tornata o assemblea in cui vengono comunicati. Per gli alle¬ gati (Figure, tavole, carte ecc.) si richiede la consegna, oltre che degli originali destinati alla Tipografia, di una copia eliografica di tutti i disegni a china e di una seconda serie di stampa per tutte le fotografie, con l’indicazione su ciascuna di esse della figura cui si riferisce e del simbolo (numero o lettera) che ne indica la posizione nella figura stessa. Per le diapositive a colori potrà essere fornita, in luogo di una seconda copia, una stampa a colori nel formato minimo di cm 10 x 15.
Art. 3. — • Ogni anno i soci hanno diritto a 10 pagine di stampa, gratuite, o al loro equivalente, oltre a 50 estratti senza copertina. Tale diritto non è cedibile né cumulabile.
Art. 4. — Con le prime bozze, la Tipografia invierà al Redattore il preventivo di spesa per la stampa nel Bollettino e per gli estratti, questi lo comunicherà all'Autore per la parte di spesa che lo riguarda.
Art. 5. — L’Autore restituirà con le prime bozze, gli originali ed il preventivo di spesa per la stampa, sottoscritto per conferma ed accettazione, indicando il numero di estratti a pagamento desiderati, l'indirizzo a cui dovrà essere fatta la spedizione e l’intestazione della fattura relativa alle spese di stampa del periodico e degli estratti. Nel caso che Lordine provenga da un Istituto Universitario o da altro Ente, l’ordine deve essere sottoscritto dal Direttore.
Art. 6. — Modifiche ed aggiunte apportate agli originali nel corso della correzione delle bozze (correzione d’Autore), comportano un aggravio di spesa, specialmente quando richiedono la ricomposizione di lunghi tratti del testo o spostamenti nell'impaginazione. Tali spese saranno addebitate all'Autore.
Art. 7. — Le bozze devono essere restituite al Redattore entro 15 giorni. Il ritardo comporta lo spostamento della nota relativa nell'ordine di stampa sul Bollettino; per questo motivo la numerazione delle pagine sarà provvisoria anche nelle ultime bozze e quella definitiva sarà apposta su esse a cura e sotto la responsabilità della Tipografia.
Art. 8. — A cura del Redattore, in calce ad ogni lavoro sarà indicata la data di ac¬ cettazione da parte della Rivista.
Art. 9. — Al fine di facilitare il computo dell’estensione della composizione tipografica dei lavori è necessario che il testo venga presentato dattiloscritto in cartelle di 25 righe, ciascuna con 60 battute.
Art. 10. — L'Autore indicherà in calce al dattiloscritto l’Istituto o l’Ente presso cui il lavoro è stato compiuto e l’eventuale Ente finanziatore della stampa e delle ricerche.
Art. 11. — Le note saranno accompagnate da due riassunti, da cui si possa ricavare chiaramente parte sostanziale del lavoro. Uno dei due riassunti sarà in italiano e l'altro preferibilmente in inglese.
Art. 12. — Vengono ammesse alla pubblicazione sul Bollettino anche Note d'Autori non soci, purché presentate da due soci e preventivamente sottoposte per l’approvazione al Comitato di Redazione. La stampa di tali Note sarà a totale carico degli Autori.
Art. 13. — I caratteri disponibili per la stampa sono i seguenti : maiuscolo . . . =
maiuscoletto - , corsivo - , tondo; in corpo 10 e corpo 8. L’Autore potrà
avanzare proposte mediante le sottolineature convenzionali prima riportate. La scelta definitiva dei caratteri è di competenza del Redattore.
ISSN 0366 - 2047
BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ DEI NATURALISTI IN NAPOLI
VOLUME XC - 1981
GIANNINI EDITORE NAPOLI 1982
SOCIETÀ DEI NATURALISTI IN NAPOLI
VIA MEZZOCANNONE, 8
CONSIGLIO DIRETTIVO BIENNIO 1981-82
Prof. Pio Vittozzi Prof. Aldo Napoletano Prof. Teresa de Cunzo Doti. Gerardo Gustavo Doti. Angiolo Pierantoni Prof. Pietro Battaglini Doti. Giorgio Matteucig Prof. Antonio Ariani Prof. Glauco Bonardi Prof. Giuseppe Caputo Prof. Arturo Palombi
- Presidente
- Vice-Presidente
- Segretario
- Vice-Segretario
- Tesoriere
- Bibliotecario
- Redattore delle pubblicazioni
- Consigliere
- Consigliere
- Consigliere
- Consigliere
Hanno contribuito alla stampa di questo volume:
LA Presidenza del Consiglio dei Ministri - Ente Nazionale Cellulosa e Carta Il Ministero per i beni culturali ed ambientali La Regione Campania L’Università di Napoli
comitato di redazione delle pubblicazioni
È costituito dal Presidente, dal Redattore delle pubblicazioni e dai quattro Consiglieri, ma si avvale, quando lo ritiene più opportuno, della consulenza scien¬ tifica di particolari competenti italiani o stranieri.
In particolare a questo numero hanno collaborato: Virgilio Botte, Romualdo Caputo, Massimo Civita, Annamaria Cita, Baldassarre de Lerma, Sebastiano Geno¬ vese, Vincenzo Leone, Massimo Libonati, Angiola Maccagno, Danilo Mainardi, Donato Matassino, Arturo Palombi, Gaetano Vincenzo Pelagalli, Alfredo Paoletti, Italo Sgrosso, Sergio Tazioli, Enrico Vannini.
IN MEMORIA DI GIUSEPPE IMRÒ
Non è compito agevole commemorare Giuseppe Imbò, Socio Beneme¬ rito di questa Società, per averne fatto parte per oltre un cinquantennio.
Fu nel bollettino di questa Società che egli pubblicò nel 1925 il suo primo lavoro scientifico, nel quale indagò sulle cause delle variazioni degli spettri di assorbimento e della conducibilità elettrica delle soluzioni di clo¬ ruro di cobalto, al variare della temperatura e della concentrazione; al Bol¬ lettino di questa Società affidò molte altre ricerche sue o in collaborazione coi suoi discepoli, non escluso chi vi parla; di questa Società fu Presidente dal 1964 al 1966.
Non potevo quindi sottrarmi a questo dovere, quale attuale indegno Presidente, io che ero stato accanto a Giuseppe Imbo ininterrottamente, fino alla sua morte, a partire dal 1942, quando, sotto la sua guida, preparai la mia tesi di laurea in uno dei campi di ricerca da lui coltivati con pas¬ sione: la radiazione solare.
Erano quelli i tempi in cui cominciai a conoscere l’Uomo, che antepo¬ neva gli Istituti da lui diretti anche ai suoi interessi ed affetti personali; e
4 Commemorazione
lo aiutai a mettere in salvo, nei sotterranei di San Marcellino, libri ed appa¬ recchi dell’Istituto, per preservarli dalla furia degli eventi bellici. E fu allora, come poi a distanza di tempo mi confessò, che egli, giudicando, contro i miei meriti, molto favorevolmente il mio lavoro di tesi, scoprendo in me lati del carattere che egli giudicava positivamente, decise di sce¬ gliermi come suo collaboratore.
Non mi disse nulla subito, tanto più che io, appena laureato, dovetti immediatamente ripartire per Bolzano, dove prestavo servizio militare e dove fui fatto prigioniero dai Tedeschi in quel famoso, ormai lontano, otto settembre 1943. Ma, ritornato in Italia, dopo 25 mesi di durissima prigionia nei tristemente famosi «lager» tedeschi, quando lo andai a salutare, mi disse di aver tenuto libero per me il posto di Aiuto all’Osservatorio Vesu¬ viano.
Giuseppe Imbò nacque a Procida (Napoli) il 6 dicembre 1899, si lau¬ reò in Fisica presso l’Università di Napoli nel 1923. Fu Assistente presso l’Istituto di Fisica Terrestre nel 1923 e poi presso l’osservatorio Vesuviano dal 1923 al 1925. Geofisico dell’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geofi¬ sica, prestò servizio prima presso l’Osservatorio Geofisico di Ischia dal 1925 al 1927, poi dal 1927 al 1934 presso l’Osservatorio Geofisico di Catania, di cui divenne Direttore dal 1928. Nel 1932 conseguì la Libera Docenza in Geofisica e nel 1934, a soli 35 anni, risultò secondo della terna nel con¬ corso alla Cattedra di Vulcanologia presso l’Università di Catania con dire¬ zione dell’Osservatorio Etneo. Nello stesso anno, vincitore del relativo con¬ corso, passò all’Osservatorio Vesuviano quale Conservatore. Nel 1935 fu proposto per la direzione dell’Osservatorio Vesuviano, che ottenne per inca¬ rico unitamente a quella dell’Istituto di Fisica Terrestre dell’Università di Napoli, diventandone poi titolare per concorso a partire dal 1936. Ha conser¬ vato le due direzioni, dell’Istituto di Fisica Terrestre e dell’Osservatorio Vesu¬ viano fino a tutto il 1970, cioè fino a quando è stato collocato fuori ruolo.
Fu socio corrispondente dell’Accademia Nazionale dei Lincei dal 1956 e dell’Accademia Gioenia di Catania, socio nazionale ordinario dell’Acca¬ demia di Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli, segretario generale dell’Accademia Pontaniana, socio benemerito e Presidente di questa nostra Società dei Naturalisti, come ho già accennato, Presidente dell’Associa¬ zione Geofisica Italiana della quale era stato uno dei fondatori, medaglia d’oro dei benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte. Il suo cuore cessò di battere a Napoli il 19 novembre 1980.
Fu vulcanologo di fama internazionale e dominò il campo della Geofi¬ sica Italiana per oltre un trentennio dal 1936 al 1970, quando in tutta Italia
Giuseppe Imbò 5
le cattedre di Geofisica erano soltanto due e poi soltanot tre: Genova, tenuta dal Prof. Mario Bassolasco, Roma, tenuta dal Prof. Enrico Medi e Napoli; il primo concorso a cattedra di Fisica Terrestre dopo quello del 1936 vinto da Imbò, fu quello del 1970, bandito dall’Università de L’Aquila quando Imbò andava fuori ruolo.
La produzione scientifica di Giuseppe Imbò consta di circa 160 note e memorie, oltre a numerosi articoli e recensioni critiche. Essa verte princi¬ palmente, con contributi teorico-applicativi, su vari aspetti della fisica del vulcanismo (sismica, caratteristiche fisiche dei magmi, dinamica vulcanica, meccanismi eruttivi...) ma tratta anche molti altri problemi di fisica ter¬ restre (ottica atmosferica, sismologia, radiazione solare, radioattività...) ed ancora di storia, sia generica nel campo della fisica terrestre, sia specifica in relazione alla vulcanologia.
In linea di massima si può dire che egli aveva sempre di mira i vulcani in genere ed il Vesuvio in particolare ed in ogni sua ricerca, in definitiva, tranne poche eccezioni, si finiva sempre per indovinare un particolare inte¬ resse vulcanologico.
La sua consorte Anna Imbò, da lui teneramente amata, e sulla quale, in assenza di figliuoli, aveva concentrato tutto il suo affetto, soleva ripetere che due erano stati i grandi amori di Giuseppe Imbò: la moglie ed il Vesuvio.
Entrando un po’ più in particolari e cominciando dalla vulcanologia in senso stretto, dirò che in uno dei suoi primi lavori (1924), nel fare la recen¬ sione di un volume di Roberto Almagià sulla frane in Italia, trasse spunto per occuparsi in perticolare delle frane vesuviane. Più tardi studiò a fondo l’eruzione etnea del 2-20 novembre 1928 e approfondì i sistemi eruttivi etnei. Poco dopo s’interessa di Stromboli e pubblica sul Bollettino Vulcano- logico una nota sul parossismo di questo vulcano del settembre 1930 e qualche anno più tardi altra nota sull’attività dello Stromboli successiva al detto parossismo. Ritorna poi all’Etna e sin da allora (1930) si pone il pro¬ blema di una eventuale previsione delle eruzioni studiando le variazioni cicliche nella successione dei periodi di riposo etnei e seguendo, con occhio vigile e spirito critico di indagine, le manifestazioni eruttive e sismiche del vulcano siciliano dal novembre 1928 a tutto il 1933. Da questo momento e con qualche interruzione per rivolgere ancora la sua attenzione alle caratteristiche eruttive dello Stromboli e ad alcune eruzioni etnee, si dedicò totalmente al Vesuvio. Individuò e seguì tipi particolari di agitazione microsismica vesuviana, in particolare quelle che chiamò armo¬ nica e spasmodica, mettendole in stretta relazione con le osservazioni alla
6 Commemorazione
bocca del vulcano e risalendo alle cause di detti moti microsismici, e stu¬ diò inoltre le variazioni dell’inclinazione del suolo all’Osservatorio Vesu¬ viano, mettendole in relazione con l’attività del Vesuvio.
Un merito particolare va attribuito a Giuseppe Imbò per la dedizione completa con la quale studiò in tutti i più minuti particolari l’eruzione vesuviana del 1944. Sprezzante del pericolo, si trasferì con la consorte all’Osservatorio Vesuviano e di persona seguì da vicino tutte le fasi dell’eruzione. Erano tempi in cui c’era, per gli eventi bellici, la più assoluta carenza di personale e unici suoi collaboratori furono la moglie che, lau¬ reata in matematica, era stata assistente del prof. Caccioppoli, ed il custode.
Il Vesuvio per la sua relativamente agevole accessibilità è stato defi¬ nito «vulcano da laboratorio» e Giuseppe Imbò concepiva l’Osservatorio Vesuviano come il laboratorio ideale nel quale, man mano che potè disporre di un più nutrito stuolo di collaboratori, il vulcano potesse essere seguito, servendosi di tutti i mezzi che la geofisica metteva a disposizione.
Non a caso per legge era stabilito che il titolare (allora uno solo) della Cattedra di Fisica Terrestre nell’Università di Napoli fosse di diritto il direttore dell’Osservatorio Vesuviano. E i ricercatori dell’osservatorio Vesu¬ viano venivano formati dal Maestro nell’Istituto di Fisica Terrestre.
Se oggi Napoli si impone all’attenzione nazionale ed internazionale nel campo della geofisica e della vulcanologia, con un folto gruppo di profes¬ sori ordinari e prossimi associati e ricercatori, se ha potuto chiedere un dottorato di ricerca in geofisica e vulcanologia, lo deve a Giuseppe Imbò, che cominciò da zero con un unico assistente.
Giuseppe Imbò fu un amministratore dei fondi ricevuti dallo Stato, di una parsimonia inaudita in tutti i campi che non fossero quelli dei libri ed apparecchi scientifici e fu precursore di molte idee moderne circa la colla¬ borazione tra l’Istituto di Fisica Terrestre e l’Osservatorio Vesuviano. L’Os¬ servatorio in genere ha sempre potuto disporre di maggiori fondi, ma c’è stato un momento in cui ne ha difettato: ebbene Imbò ottenne dall’allora Rettore dell’Università di Napoli, prof. Pontieri, un’assegnazione straordi¬ naria per l’Istituto di Fisica Terrestre, che utilizzò per acquistare due vario¬ metri magnetici, che furono ovviamente inventariati all’Istituto, ma furono adoperati all’Osservatorio Vesuviano.
Nel 1967, quando si volle celebrare in modo degno il 125° anniversario dell’istituzione dell’Osservatorio Vesuviano, fu tenuto a Napoli per l’occa¬ sione il Convegno Annuale dell’Associazione Geofisica Italiana, di cui Imbò era il presidente e chi vi parla il segretario.
Giuseppe Imbò 7
Fu in quella occasione inaugurata una serie di nuove opere, nuovi padiglioni per misure particolari, nuove stazioni avanzate più prossime al vulcano e quattro bunker in cemento armato distribuiti intorno al Gran Cono vesuviano, muniti di sismografi.
Sin da quell’epoca l’Osservatorio Vesuviano era dotato delle apparec¬ chiature più moderne e sofisticate per poter seguire nel modo migliore l’at¬ tività del Vesuvio.
Oltre ai vecchi sismografi Wiekert, Alfani e Vicentini, fu dotato di un sismografo «Osaka»; di apparecchi per la misura della radiazione solare diretta con sostegno equatoriale, per seguire automaticamente il sole nel suo moto apparente, della radiazione solare diffusa e di quella globale, con relativi particolari registratori «Spedomax».
Un padiglione nel giardino dell’Osservatorio era dedicato alle misure assolute del campo magnetico terrestre ed era fornito di complesso stru¬ mentale «Sokisha»; altro padiglione era dedicato alle misure dell’elettricità atmosferica; un terzo padiglione era adibito alla graviclinometria e dotato di coppia di pendoli orizzontali «Melchior». La stazione avanzata sul Colle Margherita disponeva di accelerometro, gravimetro, apparato anemografico, registratore di scariche atmosferiche e microbarografi. La stazione avanzata sul Colle Umberto custodiva gli apparati registratori dei sismografi «Osaka» in funzione nei quattro bunker di cui ho fatto cenno sopra, un registratore di correnti telluriche e un sismografo «Benioff».
Nato fisico, Giuseppe Imbò apportò notevoli contributi originali alla Fisica del Vulcanismo. Oggi abbiamo a Napoli un discepolo di Imbò, il col¬ lega Giuseppe Luongo, che è ordinario di Fisica del Vulcanismo.
Studiò la nube vesuviana mettendola in relazione con la polarizza¬ zione della luce nell’atmosfera; per la prima volta evidenziò tipi particolari di registrazioni sismiche in stretta relazione con fenomeni vulcanici in genere e vesuviani in particolare; studiò le temperature delle fumarole vesuviane; misurò la velocità dei nuclei gassosi esplosivi vesuviani. Un gruppo nutrito di lavori è dedicato alle proprietà fisiche dei magmi e spe¬ cialmente alla viscosità, alla conduttività termica ed alla tensione magma¬ tica. Per la prima, attraverso l’esame delle curve di raffreddamento delle lave, viene individuato un punto di flesso, a cui corrisponde una tempera¬ tura critica, cui Imbò dà il nome di «temperatura di irrigidimento», che risulta pressoché costante per la lava della stessa origine nonché della medesima età. Detta temperatura divide due campi termici nei quali non sono eguali le velocità di raffreddamento e precisamente: per temperature minori di quelle di irrigidimento, la velocità è maggiore. Ciò viene spiegato
8 Commemorazione
da Imbò nel senso che il coefficiente di viscosità del prodotto esaminato raggiungerebbe valori tanto elevati da impedire il prolungarsi del feno¬ meno cristallogenetico e pertanto la velocità di raffreddamento cresce per cessazione della somministrazione delle calorie di cristallizzazione.
Particolare attenzione rivolse pure alle oscillazioni della colonna mag¬ matica nel condotto vesuviano, che pose in stretta relazione con l’agita¬ zione microsismica armonica di cui si è fatto cenno. Acuto ed attento osservatore, mise inoltre in evidenza oscillazioni a periodo semidiurno lunare nell’attività eruttiva vesuviana ed oscillazioni a periodo di lh,5 nell’andamento dell’attività parossistica vesuviana del marzo 1944, già rile¬ vata attraverso osservazioni clinografiche e mareografiche e confermata in base ad indagini sulle variazioni dell’agitazione microsismica, che accom¬ pagnavano le contemporanee variazioni dell’attività eruttiva.
Anche attraverso la gravimetria Imbò cercò di seguire l’attività vesu¬ viana a scopo di previsione delle eruzioni vulcaniche ponendo in relazione le variazioni dell’accelerazione di gravità rilevata al gravimento con l’al¬ tezza della colonna magmatica nel condotto e con le sue oscillazioni di marea.
A proposito di un tentativo di previsione, assume particolare impor¬ tanza uno studio dal titolo: «Il dinamico riposo del Vesuvio», pubblicato nel 1957 negli «Annali dell’Osservatorio Vesuviano».
Attraverso lo studio attento dell’andamento nella successione delle durate dei corrispondenti periodi eruttivi e di riposo, Imbò rileva resi¬ stenza di una relazione di tipo esponenziale tra gli uni e gli altri giustifi¬ cata in base a considerazioni fisiche. Deduce così la durata minima, media e massima relativamente al periodo di riposo che allora attraversava il Vesuvio dopo il violento parossismo del marzo 1944 e che tuttora dura. Egli inoltre elenca e descrive le ricerche dirette (al cratere) e indirette (all’Osservatorio vesuviano) che si andavano compiendo nel corso della fase attraversata dal vulcano, per concludere che le osservazioni lasciavano rilevare una permanente attività magmatica, onde l’indovinato titolo di «Il dinamico riposo del Vesuvio». Il fatto che secondo questa legge empirica individuata sulla base dei dati storici a partire dal 1652, il Vesuvio avrebbe dovuto ormai riprendere la sua attività sin dal 1962, se da un lato dimostra quanto sia difficile una previsione certa, nei riguardi anche di un singolo vulcano, attentamente ed intensamente seguito e studiato, dal¬ l’altro nulla toglie ai meriti di Giuseppe Imbò che si è sempre sforzato di strappare i suoi segreti alle viscere della terra e di indicare agli studiosi le mille e mille vie attraverso le quali può essere affrontato il pro¬ blema.
Giuseppe Imbò 9
La prima volta che conobbi, ancora studente, Giuseppe Imbò, fu nel suo studio, mentre era intento all’osservazione di un sismogramma al microscopio. Sì egli aveva grande passione per la sismologia come mezzo d’indagine dell’interno della Terra; ma principalmente egli se ne servì sempre in funzione della vulcanologia ed il primo lavoro che egli suggerì a chi vi parla fu l’analisi attenta, attraverso i sismogrammi, del periodo di riposo dopo l’eruzione del 1906, e cioè dal 1913 al 1944, per mettere in relazione le registrazioni sismiche con le osservazioni dirette al cratere da lui effettuate in quel periodo.
Così, sempre alla luce delle prospettate finalità, egli analizzò i dati sismici relativi alla fase esplosiva dello Stromboli del settembre 1930, stu¬ diò i terremoti etnei in genere ed in particolare quelli della regione orien¬ tale etnea, si servì della sismologia per le sue ricerche sulla distribuzione delle formazioni geologiche nel basamento dell’Etna, analizzò le registra¬ zioni sismiche delle esplosioni vesuviane, studiò a fondo la sottostruttura flegreo-vesuviana ed in particolare la successione e gli spessori delle forma¬ zioni geologiche nel basamento del Somma-Vesuvio servendosi dei tempi di percorso delle onde sismiche.
Ma se questi cui ho accennato sono i filoni principali delle ricerche di Giuseppe Imbò, non mancano in lui altri interessi nel campo della geofi¬ sica.
Va ricordato il suo metodo per rappresentare le variazioni dell’intensità della radiazione solare in funzione degli spessori atmosferici attraversati dai raggi e, nello stesso campo della radiazione solare, la determinazione di una formula empirica che permette il calcolo delle percentuali di assorbimento complessivo da parte del vapore acqueo fino ad uno spessore di 8 cm di acqua ottenuta dalla completa condensazione del vapore attraversato.
Degne di nota sono pure alcune ricerche di elettricità atmosferica sulle densità ioniche all’Osservatorio Vesuviano, messe a confronto con quelle nel fondo del cratere; sulla ionizzazione dell’aria a Lacco Ameno (Isola d’Ischia) e sulla misura della mobilità dei piccoli ioni atmosferici.
Un settore di ricerca cui giustamente Imbò dette notevole impulso fu quello delle misure di radioattività delle acque, delle lave e in genere delle rocce.
Già personalmente aveva eseguito numerose misure di radioattività delle acque nelle due zone costiere dell’Isola d’Ischia, Cetaro nel versante occidentale e Lacco Ameno in quello nord-occidentale, discutendo e giusti¬ ficando le differenze tra i due gruppi di sorgenti e l’andamento delle misure per ciascun gruppo.
10 Commemorazione
Intraprese poi insieme al collega Lorenzo Casertano una serie di ricerche sulla radioattività delle rocce col metodo fotografico con lastre nucleari che all’epoca era uno dei più progrediti per le particelle a. Inoltre, in collaborazione col collega Francesco Saverio Gaeta, si occupò della determinazione dell’età della crosta terrestre coi metodi di Holmes e Jef- freys.
Grande appoggio dette infine ad un filone di ricerca introdotto nell’Istituto di Fisica Terrestre di Napoli da chi vi parla e costituito dalla datazione delle rocce, e in particolare delle lave, mediante spettrometria gamma ed alfa. Si iniziò con un monocanale, per passare via via ad appa¬ recchiature sempre più sofisticate ed automatiche che potevano utilizzare un numero sempre maggiore di canali. Il laboratorio, che fu dotato anche di spettrometri di massa e, successivamente, di numerose altre apparec¬ chiature dal collega Gasparini, che tuttora magistralmente si occupa di geo- cronologia insieme ai suoi collaboratori, è oggi uno dei più moderni ed attrezzati esistenti nel mondo.
Numerose sono anche le biografie, tra le quali ricorderò quelle di Padre Alfani sismologo, di Alessandro Malladra, predecessore di Imbò nella direzione dell’Osservatorio Vesuviano, di Giovan Battista Rizzo, suo Maestro e predecessore alla cattedra di Fisica Terrestre, di Macedonio Mel¬ loni, primo direttore dell’Osservatorio Vesuviano, di Francesco Stella Star- rabba, mineralogista-petrografo discepolo di De Lorenzo e di Zambonini, di Antonino Lo Surdo, direttore dell’Istituto Nazionale di Geofisica, di Monsignor Luigi D’Aquino, apprezzato cultore di fisica e docente a Napoli di fisica superiore, di Francesco Signore, conservatore dell’Osservatorio Vesuviano e segretario dell’Associazione vulcanologica dell’Unione Geode¬ tica e Geofisica Internazionale.
Tenace assertore dell’importanza delle osservazioni di routine in un osservatorio scientifico vulcanologico o geofisico più in generale, non di¬ sdegnò egli stesso di pubblicare raccolte accurate e sistematiche di dati o brevi notizie sull’attività del Vesuvio o di riferire sulle osservazioni altime¬ triche e termiche in relazione alla discesa sul fondo craterico vesuviano insieme ai suoi più stretti collaboratori, nel 1948.
Tra le numerose opere di divulgazione vanno ricordate le voci «vulca¬ nologia», «Etna» e «Vesuvio» nella II appendice dell’Enciclopedia Trec¬ cani e la collaborazione al volume «L’Italia Fisica» della collana «Conosci l’Italia» del Touring Club Italiano con un’interessante sintesi sui «Feno¬ meni endogeni in Italia».
Giuseppe Imbò 11
Non trascurò la didattica: egli faceva precedere il suo corso da alcune lezioni affidate a chi vi parla sulle applicazioni della matematica alla Fisica Terrestre e su tutti quegli argomenti che non è facile per gli studenti repe¬ rire su un unico testo (Interpolazione, analisi armonica, calcolo delle pro¬ babilità, teoria degli errori, metodo dei minimi quadrati, triangolo astrono¬ mico, ecc.), ma che sono molto utili per le applicazioni alla geofisica. Pub¬ blicò inoltre vari volumi di dispense scritti con cura e precisione; il primo in ordine di tempo è uno strumento assai utile per chi voglia approfondire la sismologia teorica e sperimentale; esso raccoglie le lezioni tenute per i corsi di laurea in Fisica e in Matematica, quando ancora non esisteva il corso di laurea in Scienze Geologiche. Per quest’ultimo corso di laurea scrisse «Lezioni di Vulcanologia» e «Appunti dalle lezioni di Fisica Ter¬ restre». Scrisse pure «Appunti dalle lezioni di radiazione solare», tenute presso l’Istituto di Fisica dell’atmosfera del Consiglio Nazionale delle Ricerche e «Appunti sulla Fisica deH’aria, dell’acqua e del suolo» per il corso da lui tenuto presso la Scuola di specializzazione in Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia.
Nel settembre 1978, Imbò quasi ottantenne, era ancora pieno di entu¬ siasmo e partecipò, in rappresentanza del Presidente dell’Accademia dei Lincei, ad un convegno-mostra sulla interazione tra biologia ed energia solare e geotermica, svoltosi sull’altopiano del Laceno, organizzato dalla Società Editrice degli Investiganti (SEDI) e presieduto dal Prof. Amedeo Ascione, Libero Docente di Patologia speciale medica e di Clinica medica.
Il Prof. Ascione è stato assai cortese nel mettermi a conoscenza di questo particolare e di farmi tenere il manoscritto autografo della relazione introduttiva tenuta da Imbò.
Come mi scrive il Collega Ascione, Imbò, nonostante gli anni, fu «l’animatore del prestigioso evento» ed, esaltato dallo spettacolo stupendo dell’altopiano del Laceno, e del tema del Convegno, ritornò indietro nel tempo, ricordando i suoi contributi scientifici ai problemi dell’ottica atmo¬ sferica, della radiazione solare e dell’energia endogena, di cui tanto si era occupato nei suoi giovani anni, e concluse inviando un certo qual messag¬ gio, destinato prevalentemente ai giovani, alla Scienza ed alla Tecnologia, messaggio che la Società degli Investiganti, organizzatrice del Convegno, fece proprio.
E fu un messaggio di grande fiducia nel progresso scientifico e tecno¬ logico.
«So già - egli dice - dell’esistenza di uno stuolo di ricercatori dediti allo studio dell’impiego dell’energia solare, in particolare nel campo bioio-
12 Commemorazione
gico. Le difficoltà da superare sono spesso ingenti, ma la mia esperienza semisecolare mi autorizza ad assicurare che i ritrovati tecnici moderni, se idoneamente ideati ed utilizzati, sono in grado di consentire il raggiungi¬ mento delle mete prefissate».
Negli ultimi giorni della sua vita, Giuseppe Imbò, infaticabile, atten¬ deva con cura alla stesura del suo ultimo lavoro. Era una storia del Vesu¬ vio, rimasta incompiuta, ma che, sulla scorta dei suoi numerosi e precisi appunti, sarà, a cura del prof. Lorenzo Casertano, completata e pubblicata postuma in suo onore dall’Accademia Pontaniana che lo ebbe suo diligente Segretario Generale. A Giuseppe Imbò piaceva la storia scientifica perchè egli, che era lo specchio della precisione e della meticolosità, non voleva che i posteri leggessero cose inesatte sul passato. Così di lui ricordiamo «L’Osservatorio Vesuviano e la sua attività nel primo secolo di vita», «L’Osservatorio Vesuviano e le sue vicende durante il periodo bellico (1940-1945)», e con Casertano e Bonasia «Documenti inediti sull’attività vesuviana tra il 1903 ed il 1906».
Questo suo attaccamento alla verità storica lo costrinse qualche volta a scrivere, suo malgrado, per contestare le affermazioni - a suo parere ine¬ satte - anche quando si trattava di suoi amici d’infanzia e conterranei come il compianto professore Antonio Parascandola. E cosi si esprime lo stesso Imbò: «Con grande piacere ho visto risorgere la collezione di ‘Noti¬ zie vesuviane’ (sul bollettino della Società dei Naturalisti) curata oggi dal prof. Parascandola la quale, con la esposizione di osservazioni dell’autore, eseguite per lo più in occasione di escursioni al cratere, avrebbe lo scopo di dare il personale contributo nella redazione della cronistoria sull’attività del nostro vulcano».
« Ma farei un torto alla Società (dei Naturalisti) di cui mi onoro far parte ed allo stesso autore, mio caro amico sin dall’infanzia, se io, per correttezza scien¬ tifica, per il dovere impostomi dalla mia carica, non cercassi di evitare che, sotto la parvenza di indiscutibili conclusioni, si difondessero e si perpetuassero interpretazioni dei fenomeni in netto disaccordo con dirette osservazioni ».
Fin qui Imbò, ma di che si trattava?
Parascandola aveva parlato di una fratturazione (diretta a N 12°E) del Gran Cono vesuviano in occasione dell’eruzione del 1944 con una bocca effusiva a m. 210 di distanza dall’orlo craterico vecchio ed a circa quota 1031 m, forse troppo fiducioso in alcune notizie attinte dalle guide vesu¬ viane e forse «come inevitabile conseguenza di una tacita ammissione» (come lo giustifica lo stesso Imbò) «che un periodo eruttivo vesuviano, analogamente a quanto si era verificato in antecedenza, a partire dal 1700, dovesse concludersi con una eruzione laterale».
Giuseppe Imbò 13
In una nota ricca di minuti particolari pubblicata nel Bollettino di questa Società, dopo una serie di acute ed attente considerazioni ed osser¬ vazioni, Imbò riesce a dimostrare che tale bocca laterale non si era mai aperta e che l’eruzione del 1944 fu terminale. È così conclude: «Viene così giustificata pienamente l’introduzione nella nomenclatura vesuviana, accanto ai due tipi indicati dal Mercalli: ‘tipo 1760’ (cioè periodo che si chiude con eruzione eccentrica) e ‘tipo 1906’ (cioè periodo che si chiude con una eruzione laterale), di una nuova categoria di eruzioni di chiusura da me indicate come ‘tipo 1944’ corrispondente perciò ad una eruzione di chiusura di periodo con manifestazioni effusivo-esplosive esclusivamente terminali ».
Giuseppe Imbò era quello che oggi si definisce un dittatore, ma al tempo stesso un timido. Chi come me gli è stato sempre vicino, sa bene però che ammetteva il dialogo: chiedeva ed ascoltava il parere, anche se diametralmente opposto al suo, ma difficilmente però se ne convinceva. Cominciava invece da quel momento una continua esercitazione dialettica per convincere l’interlocutore della bontà della propria tesi. Solo forse a distanza di molto tempo e quando a volte gli eventi gli avevano dato torto, riprendeva il discorso e faceva capire di aver mutato la sua opinione.
Si potrebbe pensare da quanto detto che egli fosse stato un «barone della cattedra» e che si fosse assicurato privilegi per sé e per i suoi collabo¬ ratori: niente di tutto questo. La sua timidezza, la sua riservatezza, il senso della specchiata onestà, il non voler venire mai a compromessi di nessun genere, fecero in modo che gli ultimi anni della sua vita fossero abbastanza tormentati e che gli ultimi suoi scritti fossero prevalentemente polemici.
Molti avrebbero voluto il suo appoggio e la sua collaborazione, ma egli non li concedeva facilmente, se non alle persone che veramente stimava dal punto di vista morale e culturale. Cominciò allora la lotta contro Giu¬ seppe Imbò e la sua parabola discendente.
Per tradizione la segreteria dell’Associazione Vulcanologica del¬ l’Unione Geodetica e Geofisica Internazionale era stata sempre affidata all’Osservatorio Vesuviano, prima con Malladra e poi con Signore. Nel con¬ gresso di Helsinky, morto Signore, questo doveroso riconoscimento fu negato a Giuseppe Imbò. Pubblicò, perché a lui affidato, il volume sui vul¬ cani italiani, del catalogo sui vulcani attivi a cura della stessa Unione Geo¬ detica e Geofisica Internazionale ed ebbe una serie di critiche e di rilievi in massima parte in mala fede.
Infine, per parlare solo degli episodi principali, le accuse infamanti di aver contribuito alla speculazione edilizia a Pozzuoli, all’epoca della crisi bradisismica del 1970.
14 Commemorazione
Egli puntualmente si affannava, non a combattere velenosamente gli avversari, così come velenosamente era attaccato, ma usava l’arma della convinzione, della dimostrazione scientifica.
Così nel 1967, al XVI Convegno dell’Associazione Geofisica Italiana, in risposta alle critiche mosse da Giorgio Marinelli sul catalogo dei vulcani attivi d’Italia, Imbò risponde con «Alcune considerazioni sullo studio dei vulcani attivi italiani» e, quasi scusandosi, nel 1973, negli Atti dell’Accade¬ mia Pontaniana, pubblica un lavoro dal titolo: «Precisazioni impostemi da alcune ripetute ma inesatte (!) affermazioni sul fenomeno bradisismico fle- greo e sulle eventuali conseguenze» e nel 1980, sempre negli Atti dell’Ac¬ cademia Pontaniana, una nota dal titolo: «Ancora sulla crisi bradisismica puteolana».
Posso in tutta coscienza affermare che la dote più spiccata di Giuseppe Imbò fu l’onestà, intesa in tutti i sensi.
Egli consultò unicamente la sua coscienza e facendo appello alle sue conoscenze ed alla sua esperienza, si decise a scrivere una lettera al Pre¬ fetto della provincia di Napoli, nella quale, come mi consta personalmente, si limitò a chiedere che fossero fatte sgomberare, per motivi di prudenza, le sole abitazioni fatiscenti.
Se le autorità procedettero allo sgombero totale «ad horas», con camion militari, di tutte le abitazioni del Rione Terra, questo non fu mai chiesto o voluto da Giuseppe Imbò.
Resti dunque a buon diritto in tutti noi il ricordo del cattolico con¬ vinto e praticante, specchio vivente dell’onestà, incapace di fare un torto a chicchessia, pronto al perdono ed alla riconciliazione con tutti, che tutti accoglieva sempre col sorriso. Resti a buon diritto in tutti noi il ricordo dell’uomo che dedicò una vita allo studio diretto o indiretto dei vulcani, che visse per il Vesuvio e cessò di vivere mentre era intento a scriverne la storia.
Pio Vittozzi
Napoli, 30 ottobre 1981
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 15-27, figg. 2, tab. 1, tav. 1
Rapporto preliminare sui foraminiferi della carota 2V (Placers 78/2) (Sardegna sud-orientale)
Nota di Beatrice Cozzi (*) e del socio Maria Grazia De Castro-Coppa (**)
(Tornata del 30 gennaio 1981)
Riassunto. — L'esame delle associazioni microfaunistiche, riscontrate nei sedimenti della carota 2V (Placers 78/2) prelevata a — 18,6 m sulla piattaforma continentale sarda (Sardegna sud-orientale) (tav. 235 IV NE-Capo Ferrato), ha permesso d'individuare un'associazione a foraminiferi abbastanza omogenea.
Per essa viene confermato, in via preliminare, un ambiente di sedimenta¬ zione corrispondente a quello del top della carota, con profondità inferiore ai 40 m, foncia di tipo detritico-sabbioso, con vegetazione ad alghe é/o fanerogame, con valori della temperatura e della salinità corrispondenti all'incirca a quelli normali attuali, di età probabilmente non anteriore al Versiliano.
L'occasionalità delle forme planctoniche non permette in questa sede di formulare considerazioni più approfondite di tipo climatico.
Summary. — - The sediments of core 2V (Placers 78/2), picked up at — 18,6 m on thè south-eastern sardinian Continental shelf (tav. 235 IV NE-Capo Ferrato), yelded an almost omogeneous Foraminiferal assemblage. In this preliminary investigation a sedimentation environment of 40 m depth, a sandy-detrital type of bottom with algal and phanerogam vegetation, a temperature and salinity almost corresponding to thè present time and an age probably not older than Versilian, is confìrmed. It is thè same of thè 4 uppermost core centimeters.
The occasionai fìnding of planktonic forms do not allows here a more detailled climatic hypotheses.
Parole-chiave : Foraminiferi bentonici, Carota, Paleoecologia, Biostratigrafia, Olo¬ cene (Versiliano), Italia (Sardegna, Capo Ferrato).
Key-words : Benthic Foraminifera, Core-cuttings, Paleoecology, Biostratigraphy, Holocene (Versilian), Italy (Sardinia, Capo Ferrato).
(*) Beatrice Cozzi ha curato la preparazione tecnica dei campioni, il picking ed ha effettuato una determinazione sommaria dei taxa; M. Grazia De Castro- Coppa ha effettuato la stesura del rapporto, compresa la documentazione icono¬ grafica e la determinazione delle specie presenti.
(**) Istituto di Paleontologia - Università di Napoli - Largo S. Marcellino 10 - 80138 Napoli.
16 Beatrice Cozzi e Maria Grazia De Castro-Coppa
1. Premessa
Lo studio micropaleontologico di cui vengono forniti qui alcuni dati preliminari, costituisce parte integrante di un'indagine più ampia, avente per oggetto lo studio geologico e geomorfologico di tutta la piattaforma cohtinentale sarda. Tale indagine viene condotta dall'Unità Operativa - Istituto di Geologia di Cagliari, nell’ambito del Progetto Finalizzato C.N.R. « Oceanografia e Fondi Marini » - Sottoprogetto « Risorse Minerarie » - Tema Placers (Arca et ahi, 1979; Lecca et ahi, 1979; Ulzega et alii, 1980) \
2. Descrizione della carota: caratteri generali e composizione microfau-
NISTICA
La carota 2V (Placers 78/2), oggetto di questo rapporto, è stata prele¬ vata a — 18,6 m di profondità, lungo il bordo orientale della piattaforma continentale sarda, più precisamente nel settore 1, ubicato tra Capo di Monte Santo e Capo Carbonara, al largo di Capo Ferrato (lat. 39°, 10', 50" N — long. 9°, 30', 55" E) (Arca et alii, 1979; Ulzega et alii, 1980) (tav. 235-XV NE-Capo Ferrato).
Si tratta di una carota ottenuta con il sistema a vibrazione, della lun¬ ghezza di circa 550 cm: in essa sono stati prelevati 14 campioni, a distanze variabili dal top, all'incirca nei punti in cui erano evidenti variazioni lito¬ logiche e/o ammassi organogeni (frammenti di gusci, piccoli molluschi, etc.) (fig. 1).
Il sedimento della carota è costituito, dall'alto verso il basso, per circa 210 cm, da sabbie grigie miste, fini e medie, cui si accompagnano succes¬ sivamente, in misura più o meno prevalente, sabbie grossolane e ghiaie.
La componente organogena macroscopica, rilevata con una certa fre¬ quenza nei 220 cm superiori, si fa rara nei campioni più bassi per, poi scomparire del tutto; essa, quando presente, è costituita per lo più da gusci di lamellibranchi interi e in frammenti.
Nei residui di lavaggio dei campioni (ottenuti mediante setacci di 140 mesh), e solo per i primi 164 cm, corrispondenti ai campioni C. 1 - C. 4, la componente organogena è abbastanza cospicua ed è costituita oltre che dai foraminiferi, da rare spicole di spugne, frammenti di briozoi, gaste-
Contr. C.N.R. n. 80.0078788 Responsabile : Prof. A. Ulzega.
Rapporto preliminare sui foraminiferi della carota 2V, ecc. 17
ropodi di piccole dimensioni ( Bittìum , Rissoa, Coecum, Phasianella, Odo- stomia, etc.) pteropodi ( Creseis ), lamellibranchi ( Syndesmia , Glycymeris, etc.), ostracodi e frammenti di echinoidi. I campioni successivi, più bassi, (C. 5 - C. 14), sono invece risultati sterili all’analisi.
CAROTA 2 V
...
200
0 o. »
°0 * &
• 0 *
e- ® Vo o
0 0 0- o
°y&
0. (7- 0- o-o 0 0 ° o,
oo\ o o 0 0
. *■<> >ooY'°-
• 0 .0 c 0
0- 0. 0 0 •
• 0 ' ® ' 0 •
V.'
o ■’ 0 0 0 \o • 0 ■ o
°W°
O ■ 0 o-
o*.’ ‘o.'.'.o-'o'.
6:./:
a • a. o ' o o • d :p;o- *.
0 Q :t
o ■ mà ■ o
o • o . ,
. o' •
o • . ' o.
o o • o
o ' 0 o • ' :o o . . o
? " .o.
0 0 a'®
>. ' o ■ o > • 0 . O -.
r*ó° ’°
^*0 -;0v«
0.'®. 0
'.'ó.o
■oo -J0' o.'0 ’©'.'
• • . 0 .* .
■ 0 cr O
;y 0 .
£>•
o -o - •
C.13
C.14
sabbia fine
sabbia media
|
°o°o"va0 |
||
|
sabbia grossa |
d
lamellibranchi
Fig. 1. — Litologia della carota 2V (Placers 78/2).
3. Osservazioni sulla microfauna
L'esame del residuo ha permesso di rilevare la presenza di un'asso¬ ciazione a foraminiferi ben conservata e di dimensioni normali: la Tab. I ne contiene l'elenco, in ordine sistematico, e con i valori percentuali rela¬ tivi al totale dei foraminiferi presenti per ogni campione.
18 Beatrice Cozzi e Maria Grazia De Castro-Coppa
In essa i foraminiferi planctonici sono del tutto sporadici; infatti le nove specie individuate, sono presenti saltuariamente nei campioni, tranne Globigerinoides ruber (d'Orb.), e comunque in numero estremamente esi¬ guo di individui, il che non permette alcuna deduzione di tipo climatico.
Fra i bentonici, che costituiscono la quasi totalità dei foraminiferi, i generi dei fondi fangosi e/o quelli indicatori di batimetrie superiori ai 50-100 m, come Bolivina, Brizalina, Bulimina, Uvigerina, Cassìdulìna, Gyroi- dina, etc. sono assenti; fanno eccezione solo alcuni esemplari appartenenti ai generi Bolivina e Bulimina, presenti solo nel primo campione, peraltro non determinabili a livello specifico, a causa del loro stato di conservazione.
Le specie dominanti, riscontrate nei campioni, sono le seguenti, elen¬ cate in ordine decrescente di abbondanza:
C. 1 Ammonia beccarii (Linneo), Rosalina globularis d'Orbigny, Gaveli - nopsis praegeri (Heron Allen & Earland), Quinqueloculina aspera d'Orbigny, Eponides frigidus granulatus di Napoli, Cibicides lobatulus (Walker & Jacob), Elphidium advenum (Cushman).
C. 2 Rosalina globularis d'Orbigny, Cibicides lobatulus (Walker & Iacob), Ammonia beccarii (Linneo), Quinqueloculina aspera d'Orbigny, Nube- cularia lucifuga Defrance, . Gavelinopsis praegeri (Heron Allen & Earland).
C. 3 Quinqueloculina aspera d'Orbigny, Planorbulina mediterraneensis d'Orbigny, Elphidium advenum (Cushman), Cibicides lobatulus (Wal¬ ker & Jacob), Ammonia beccarii (Linneo), Eponides frigidus granu¬ latus di Napoli.
C. 4 Quinqueloculina aspera d'Orbigny, Elphidium advenum (Cushman), Cibicicides lobatulus (Walker & Jacob), Triloculina oblonga (Mon- tagui, Rosalina globularis d'Orbigny, Nubecularia lucifuga Defrance, Eponides frigidus granulatus di Napoli, Ammonia beccarii (Linneo).
Sono stati effettuati alcuni diagrammi (fig. 2, A-G), allo scopo di illu¬ strare il comportamento di alcuni generi e specie indicative di diversi ambienti secondo Blanc-Vernet et alii (1979), e secondo i dati forniti da Murray (1973).
Si hanno dunque:
— Specie delle sabbie fini ( Asterigerinata mamilla e Astrononion side- bottomi) (fig. 2, A);
— Specie delle sabbie più grossolane ( Ammonia beccarii ) (fig. 2, B);
Rapporto preliminare sui foraminiferi della carota 2V, ecc. 19
— Miliolidi a guscio agglutinante ( Quinqueloculina agglutinans e Quin- queloculina aspera), indicanti fondi a debole idrodinamismo (fig. 2, C);
— Miliolidi a guscio porcellanaceo ( Quinqueloculina spp. e T riloculina spp.) (fig. 2, D). Questi generi sembrano preferire fondi sabbiosi, sabbioso- detritici o con Posidonie, non superiori ai 40 m, con salinità normale;
— Specie epifite preferenzialmente su fanerogame ( Posidonia oceani¬ ca) e cioè Nubecularia lucifuga e Cibicides spp. (fig. 2, E);
— Specie epifite indifferentemente sia su popolazioni algali ( Caulerpa sp.) sia su popolamenti a Fanerogame ( Cymodocea , Posidonia), come Ro¬ salina spp. e Planorbulina mediterraneensis (fig. 2, F); •
— Specie caratteristiche del piano circalitorale ( Gavelinopsis praegeri) (fig. 2, G).
Appare evidente da tali diagrammi, che prevalgono le specie di sabbie più grossolane come A. beccarii e le Miliolidae. Tra quest’ultime assumono un certo rilievo, nei campioni più bassi della carota, le specie a guscio agglutinante quali Q. agglutinans e Q. aspera, che preferiscono le zone a debole idrodinamismo (Blanc-Vernet et alii, 1979).
È ugualmente ben rappresentato il gruppo dei foraminiferi epititi (fig. E-F). Dal confronto dei loro valori percentuali, si osserva però una certa differenza di comportamento: infatti, mentre N. lucifuga e Cibicides spp., epifite preferenziali sulle Posidonie (Blanc-Vernet et alii, 1979, tab. I, p. 177), aumentano nei campioni più bassi, Rosalina spp. e P. mediterra¬ neensis, che vivono indifferentemente su alghe e su fanerogame, diminui¬ scono negli stessi campioni.
La frequenza, infine, relativamente alta, (fig. 2, G) di G. praegeri, pe¬ raltro solo nel primo campione, non sembra comunque contrastare le ca¬ ratteristiche globali dell'associazione.
4. Conclusioni
Da quanto prima detto, le associazioni nel loro complesso, si presen¬ tano abbastanza omogenee.
Esse sembrano avere i caratteri di una fauna costiera abbastanza spe¬ cializzata. Vi si riscontrano infatti molte specie di Quinqueloculina, fra cui in particolare fra quelle a guscio arenaceo, Q. aspera, percentuali di¬ screte di A. beccarii, E. frigidus granulatus, etc., molte specie epifite come C. lobatulus, P. mediterraneensis, Rosalina spp., etc., indicanti 1’esistenza di popolamenti ad alghe e/o a Posidonie: sono invece del tutto assenti gli arenacei.
20 Beatrice Cozzi e Maria Grazia De Castro-Coppa
Questi caratteri permettono di confrontare le associazioni con quelle rinvenute da Moncharmont-Zei (1964) nel Golfo di Pozzuoli, a profondità comprese tra i 5 e ì 40 m, temperature al fondo tra i 15,1 °C ed i 16,7 °C e salinità tra il 37,29 %o-. ed il 37,71 %e.
L'Autore vi riscontrò infatti, fra l'altro, molte specie di Quinquetocu - lina , fra cui quelle a guscio costato o con guscio arenaceo, alte percentuali sia delle forme epifite (C. lobatulus, etc.) sia di A. mamìlla, E. frigidus gra- nulatus, A. beccarti , etc., assenza o scarsezza delle specie arenacee, e definì tale associazione come appartenente alla « Zona a sedimentazione detri- tico-sabbiosa ®.
Pur con le limitazioni dovute al numero non elevato dei campioni con foraminiferi, e in via del tutto preliminare, sembra comunque non azzar¬ dato prospettare che le associazioni esaminate rispecchiano un ambiente di sedimentazione, corrispondente a quello del top della carota, non troppo profondo (inferiore ai 40 m), con fondo di tipo detritico-sabbioso, con presenza di alghe e di Posidonie, e con valori pressoché simili a quelli normali attuali sia della temperatura che della salinità.
L’occasionale presenza delle specie planctoniche non permette di for¬ nire considerazioni sul tipo di clima, purtuttavia l'assenza pressoché totale delle forme di clima freddo ed il tipo di associazione nel suo complesso, indurrebbe ad attribuire, in prima ipotesi, ai sedimenti studiati, un'età non anteriore al Versilia.no.
►
Fig. 2. — - Diagrammi illustranti il comportamento di alcuni generi e specie più significative :
A - Specie delle ‘sabbie fini (A, mamilla e A. sìdebottomi );
B - Specie delle sabbie più grossolane (A. beccarii );
C - Miliolidi a guscio agglutinante (Q. agglutìnans e Q. aspera );
D - Miliolidi a guscio porcellanaceo ( Quinquéloculina spp. e Trilocu- lina spp.) ;
E - Specie epifite preferenziali su fanerogame (N, lucifuga e Cibici- des spp.);
F - Specie epifite sìa su alghe che su fanerogame {Ro salina spp. e P. medìterraneensìs );
Rapporto preliminare sui foraminiferi della carota 2V, ecc. 21
G - Specie caratteristiche del piano circalitorale (G, praegeri).
Sulle ascisse dei diagrammi sono stati riportati i valori percentuali delle specie rispetto al totale del benthos; sulle ordinate i campioni.
TABELLA I
In tabella vengono riportate tutte le specie rinvenute, elencate secondo Lordine sistema¬ tico; ognuna con il proprio valore percentuale, riferito al totale dei foraminiferi, per ogni campione; con X vengono indicati i valori percentuali inferiori allo, 0,5. Vengono inoltre riportate le profondità di raccolta del campione esaminato, espresse in cm,
e riferite al top della carota.
|
SPECIE |
CAMPIONI |
C, 1 |
C. 2 |
C. 3 |
C. 4 |
|
DISTANZA DAL TOP in cm |
4 |
84 |
134 |
164 |
|
|
Nubecularia lucifuga Dbfrance |
0,5 |
6,5 |
3 |
6 |
|
|
Spiroloculina depressa d’Orb. |
0,5 |
||||
|
Spìroloculina grata (Tekquem) |
0,5 |
0,5 |
|||
|
Spiroloculina sp. |
X |
1 |
|||
|
Quìnqueloculina agglutinans d'Orb. |
X |
1 |
|||
|
Quinqueloculina aspera d'Orb. |
5,5 |
8 |
13,5 |
24,5 |
|
|
Quìnqueloculina boscìana d'Orb, |
1,5 |
||||
|
Quinqueloculina jugosa Cushman |
2 |
1,5 |
|||
|
Quìnqueloculina lamarckiana d’Orb. |
0,5 |
2 |
1 |
||
|
Quinqueloculina semìnulum (L.) |
0,5 |
X |
|||
|
Quinqueloculina stelligera Schlumb. |
0,5 |
0,5 |
2 |
3 |
|
|
Quinqueloculina vulgaris d'Orb. |
1 |
0,5 |
|||
|
Quinqueloculina aff, bidentata d'Orb, |
1 |
0,5 |
|||
|
Quinqueloculina aff. candeiana d’Orb. |
0,5 |
||||
|
Quinqueloculina aff. intricata Terquem |
0,5 |
||||
|
Quinqueloculina sp. 1 |
1 |
2,5 |
2 |
||
|
Quinqueloculina sp. 2 |
5 |
||||
|
Pyrgo lucernula (Schwager) |
X |
||||
|
Triloculina oblonga (Mont.) |
4 |
3,5 |
7,5 |
7,5 |
|
|
Trìloculina trigonula (Làmakck) |
1,5 |
3 |
3 |
||
|
Triloculina sp. 1 |
0,5 |
||||
|
Triloculina sp. 2 |
1,5 |
6 |
|||
|
Triloculina sp. 3 |
X |
||||
|
Miliolinella circularìs (Bokn.) |
0,5 |
||||
|
Miliolinella parva (Mamgin) |
0,5 |
||||
|
Miliolinella sublineata (Bràby) |
X |
||||
|
Miliolinella subrotunda (Montagu) |
0,5 |
0,5 |
0,5 |
||
|
Articulina pacifica |
CUSH, |
1 |
1,5 |
||
|
Miliolidae |
6 |
4 |
5 |
3 |
|
|
D antalina cf. communis (d'Orb.) |
0,5 |
||||
|
Lagena semistriata Will. |
X |
Segue : TABELLA I
In tabella vengono riportate tutte le specie rinvenute, elencate secondo l'ordine sistema¬ tico; ognuna con il proprio valore percentuale, riferito al totale dei foraminiferi, per ogni campione; con X vengono indicati i valori percentuali inferiori allo 0,5. Vengono inoltre riportate le profondità di raccolta del campione esaminato, espresse in cm,
e riferite al top della carota.
|
SPECIE |
CAMPIONI |
C. 1 |
C. 2 |
C. 3 |
C. 4 |
|
DISTANZA DAL TOP in cm |
4 |
84 |
134 |
164 |
|
|
Polymorphina compressa d'Orb. |
X |
||||
|
Globulina gibba d'Orb. |
0,5 |
0,5 |
0,5 |
0,5 |
|
|
Globulina sp. |
0,5 |
X |
|||
|
Guttulina sp. |
X |
||||
|
Fissurina orbignyana Seg. |
0,5 |
||||
|
Bolivina sp. |
X |
||||
|
Bulimina sp. |
X |
||||
|
Discorbis araucana |
(d'Orb.) |
0,5 |
|||
|
Discor bis sp. |
0,5 |
||||
|
Epistominella sp. |
X |
||||
|
Gavelinopsis praegeri (H. A e E.) |
10,5 |
5 |
3 |
1,5 |
|
|
Neoconorbina floridensis (Cush.) |
0,5 |
||||
|
Neoconorbina terquemi (Rzehak) |
0,17 |
||||
|
Neoconorbina sp. |
0,5 |
||||
|
Rosalina bradyi Cush. |
0,5 |
2 |
1,5 |
||
|
Rosalina floridana (Cush.) |
X |
||||
|
Rosalina globularis d'Orb. |
14 |
14,5 |
3 |
6 |
|
|
Rosalina sp. |
0,5 |
1,5 |
|||
|
Cancris auriculus (Fichtel e Moll) |
X |
X |
|||
|
Discorbidae |
1 |
0,5 |
0,5 |
||
|
Asterigerinata mamilla (Will.) |
0,5 |
0,5 |
|||
|
Spir illina vivipara |
Ehrenb. |
X |
0,5 |
||
|
Ammonia beccarii (Linneo) |
18,5 |
9,5 |
4 |
5 |
|
|
Ammonia tepida (Cush.) |
0,5 |
||||
|
Elphidium aculeatum Silvestri |
0,5 |
||||
|
Elphidium advenum (Cush.) |
5,5 |
3 |
8 |
9 |
|
|
Elphidium crispum (Linneo) |
0,5 |
0,5 |
0,5 |
1,5 |
|
|
Elphidium macellum (F. e M.) |
2 |
2 |
2,5 |
1 |
|
|
Elphidium sp. |
0,5 |
||||
|
Cribrononion incertum (Will.) |
0,5 |
3 |
|||
|
Cribrononion sp. 1 |
0,5 |
0,5 |
Segue : TABELLA I
In tabella vengono riportate tutte le specie rinvenute, elencate secondo l'ordine sistema¬ tico; ognuna con il proprio valore percentuale, riferito al totale dei foraminiferi, per ogni campione; con X vengono indicati i valori percentuali inferiori allo 0,5. Vengono inoltre riportate le profondità di raccolta del campione esaminato, espresse in cm,
e riferite al top della carota.
|
SPECIE |
CAMPIONI |
C. I |
C. 2 |
C. 3 |
C. 4 |
|
DISTANZA DAL TOP in cm |
4 |
84 |
134 |
164 |
|
|
Cribrononion sp. 2 |
1,5 |
||||
|
Protelphidium granosum (d'Orb.) |
0,5 |
X |
|||
|
Globorotalia inflata (d'Orb.) |
X |
||||
|
Globorotalia truncatulinoides (d’Orb.) |
X |
||||
|
Globigerina bulloides d'Orb. |
X |
X |
|||
|
Globigerina falconensis Blow |
X |
||||
|
Globigerina pachyderma Ehrenb. |
X |
||||
|
Globigerinoides ruber (d'Orb.) |
X |
X |
X |
X |
|
|
Globigerinoides trilobus (Reuss) |
X |
||||
|
Orbulina universa |
d'Orb. |
X |
|||
|
Globigerinita aff. glutinata (Egger) |
X |
||||
|
Eponides frigidus granulai us di Napoli |
7,5 |
2,5 |
4 |
5 |
|
|
Eponides sp. |
2 |
||||
|
Cibicides lobatulus (W. e J.) |
6,5 |
11,5 |
8 |
8,5 |
|
|
Cibicides pseudoungerianus (Cush.) |
2,5 |
||||
|
Cibicides sp. |
0,5 |
||||
|
Planorbulina mediterraneensis d'Orb. |
0,5 |
1 |
9,5 |
3 |
|
|
Nonion asterizans (F. e M.) |
1 |
||||
|
Nonion sp. 1 |
X |
||||
|
Nonion sp. 2 |
0,5 |
0,5 |
0,5 |
||
|
Astrononion sidebottomi Cush. e Edw. |
0,5 |
1 |
|||
|
Anomalina sp. |
0,5 |
||||
|
Hanzawaia rhodiensis (Terq.) |
0,5 |
0,5 |
1,5 |
||
|
Melonis barleeanum (d'Orb.) |
1 |
X |
0,5 |
||
|
Indeterminati |
2 |
0,5 |
Rapporto preliminare sui foraminiferi della carota 2V, ecc. 25
BIBLIOGRAFIA
Arca S., Carboni S., Cherchx A., Fais S., Ferrara C., Lecca L., Leone F. & Ulzega A., 1979 - Dati preliminari sullo studio della piattaforma continentale della Sar¬ degna meridionale per la ricerca dei placers. C.N.R. Prog. Fin. Oceanog. Fondi Marini, pp. 1-10, 7 figg.
Blanc-Vernet L., Clairefond P. & Orsolini P., 1979 - Les foraminifères. In « La mer Pelagiènne. Etude des organismes. ». Geol. Med., Ann. Univ. Prov., 6, n. 1, pp. 171-209, 10 figg., 4 tabb., 7 tavv., Aix-en-Provence.
Iacc arino S., 1967 - Ricerche sui foraminiferi contenuti in sei carote prelevate nel Mar Ligure (La Spezia). Boll. Soc. Geol. It., 86, fase. I, pp. 59-88, 9 figg., 8 tabb., Roma.
Lf. Calvez J. & Y., 1958 - Repartition des forminiféres dans la baie de Ville¬ franche. Miliolidae. Ann. Inst. Ocean., 35, pp. 159-234, 2 figg., 14 tavv.
Lecca L., Lenaz R., Leone F., Rossi U. & Ulzega A., 1979 - La piattaforma conti¬ nentale della Sardegna sud-orientale: indicazioni metodologiche e primi risul¬ tati. C.N.R. Prog. Fin. Oceanog. Fondi Marini, pp. 1-10, 7 figg.
LoebliCh A. R. & Tappan H. in Moore C., 1964 - Treatise on invertebrate paleonto- logy. Part. C. Pratista 2. Chiefly « Thecamoebians » and Foraminiferida. 1-2, pp. 1-900, 653 figg., Lawrence.
Moncharmont-Zei M., 1964 - Studio ecologico sui foraminiferi del Golfo di Poz¬ zuoli (Napoli). Pubbl. Staz. Zool. Napoli, 34, pp. 160-184, 8 figg., 2 tabb., Napoli.
Murray J. W., 1973 - Distribution and ecology of living benthic foraminiferids. pp. 1-274, 103 figg-, 5 tabb., Londra.
Peres J. M. & Picard J., 1964 - Manuel de bionomie benthique de la mer Méditer- ranée. Ree. Trav. Stat. Mar. Endoume, Bull. n. 31, fase. 47, pp. 1-137, 8 figg.
Ulzega A., Carboni S., Coppa De Castro M. G., Cristini A., Fais S., Ferrara C., Lecca L. & Leone F., 1980 - Indagini geologiche sulla piattaforma continentale sarda per la ricerca dei placers. Atti Conv. Plac. Mar., Prog. Fin. Oceanog. Fondi Marini, 1 fig., Trieste (in stampa).
Wright R., 1978 - Neogene paleobathymetry of thè Mediterranean based on ben¬ thic foraminifers from DSDP Leg 42 A. Init. Rep. DSDP Proj., 42, part I, pp. 837-846, 7 figg., Washington.
TAVOLA 1
Fig. 1. — Triloculina oblonga (Moni.). Carota : 2V/C. 1. (circa 80 x).
Fig. 2. — Quinqueloculina stelligera Schlumb. Carota : 2V/C. 4. (circa 80 x). Fig. 3. — Quinqueloculina jugosa Cushm. Carota: 2V/C.4. (circa 67 x).
Fig. 4. — Articulina pacifica Cushm. Carota : 2V/C. 4. (circa 80 x).
Fig. 5. — Quinqueloculina aspera d’Orb. Carota : 2V/C.4. (circa 67 x).
Fig. 6. — Epomides sp. Carota : 2V/C. 1. (circa 80 x).
Fig. 7. — Eponides frigidus granulatus. di Nap. Carota: 2 V/C. 1. (circa 120 x). Fig. 8. — Cribrononion sp. 2. Carota: 2V/C. 2. (circa 80 x).
Fig. 9. — Quinqueloculina agglutinans d’Orb. Carota: 2V/C.4. (circa 67 x).
Fig. 10. — Elphidium advenum (Cushm.). Carota: 2V/C. 1. (circa 80 x).
Boll. Soc. Natur. Napoli, 1981
Cozzi B. e De Castro Coppa M. G. - Rap¬ porto preliminare, ecc. Tav. I
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 29-36, figg. 3
Su una rara malformazione cranio-facciale nella specie suina
Nota del socio Mariano Nicotina (*) e di Giuseppe Paino (**) e Gaetano Scalai**)
(Tornata del 30 gennaio 1981)
Riassunto. - Si descrive il caso di un feto suino malformato che presenta un insieme di anomalie che riguardano il neurocranio e lo splancnocranio. La caratteri¬ stica esteriore più evidente è la presenza di un peduncolo, con attacco sulla regione frontale, a forma di proboscide il quale è percorso centralmente da un canalicolo stretto all’apice e più ampio verso la base, in cui è stato possibile evidenziare istolo¬ gicamente alcune strutture tipiche delle cavità nasali. Gli aspetti più interessanti riguardano la anomala differenziazione del prosencefalo, con mancata formazione dei due emisferi cerebrali (ciclocefalia). Nel complesso si osserva un ridotto sviluppo dell’intera massa encefalica (microcefalia) con notevole aumento del liquido cefalo- rachidiano esterno (idrocefalia).
I due globi oculari risultano fusi ed allogati in un’unica cavità orbitaria.
Summary. - A swine fetus is described with synophthalmous cyclocephalus having a median frontal proboscis and demonstrating other anomalies of thè splanchnocranium. Internally thè frontal proboscis presents some structures typical of thè nasal cavities such as tract of respiratory mucosa with evidence of thè pseudo- cavernous plexus in thè lamina propria. Some of thè facial bones demonstrate irre- gular conformations and such a high degree of disordered disposition that they are not identifiable.
In thè encephalon thè reduced development of all structures is noted with lack of thè normal doubling into thè telencephalic hemispheres and a considerable inter¬ nai and external accumulation of thè CSF.
INTRODUZIONE
Le malformazioni congenite nelTuomo e nelle varie specie di animali domestici, in questi ultimi anni sono state oggetto di particolare interesse e
(*) Istituto di Entomologia Zoologia - Facoltà di Agraria di Portici.
(**) Istituto di Anatomia sistematica e comparata - Facoltà di Medicina Veterinaria.
30 M. Nicotina, G. Paino e G. Scala
numerosi ricercatori si sono interessati al loro studio nell’intento di indivi¬ duarne la patogenesi onde cercare di prevenire la loro comparsa. A tale scopo le ricerche in argomento sono state rivolte principalmente ad inda¬ gare su cause e meccanismi capaci di interferire sulla normale evoluzione di una o più strutture. Rivestono altresì considerevole importanza le nume¬ rose descrizioni morfologiche di reperti teratologici attualmente a disposi¬ zione in letteratura, in quanto non fini a se stesse ma di aiuto per la giusta interpretazione dei meccanismi anzidetti.
In una nostra precedente indagine avente il semplice scopo di descri¬ vere brevemente le principali mostruosità degli animali domestici esistenti nei Musei e negli Istituti scientifici della Campania, abbiamo avuto modo di constatare che tra le anomalie più frequenti e nello stesso tempo più eclatanti vi sono quelle che interessano la testa. Per questo motivo abbia¬ mo ritenuto opportuno descrivere un mostro appartenente alla specie suina che tra le altre deformità presenta una caratteristica e lunga protuberanza a forma di proboscide che prende attacco subito sopra l’unica cavità orbitaria contenente due globi oculari fusi.
In tema di anomalie della testa la letteratura offre le descrizioni di molteplici casi che vanno dalle forme più comuni alle cosiddette sindromi, cioè anomalie associate che interessano oltre la testa, sia nello scheletro che nel suo contenuto, anche gli arti (più comunemente le estremità).
I reperti segnalati, inerenti quasi esclusivamente alla specie umana, non risultano sempre facilmente identificabili nell’ambito delle classifica¬ zioni proposte da vari autori sin dal secolo scorso.
Le anomalie della testa assumono diversa morfologia e gravità in rela¬ zione al periodo in cui interviene l’insulto teratogeno diretto principàV mente ad alterare la funzione degli organizzatori embrionali; infatti le più precoci risultano estremamente gravi e riguardano alterazioni delle ossa dello splancnocranio, del neurocranio e delle strutture nervose connesse. Le deformità che si instaurano più tardivamente interessano per lo più la faccia, le cavità nasali e/o la bocca, in quanto sono il risultato dell’alterata evoluzione o anomala fusione dei processi facciali.
Descrizione
Feto di maiale di 14 settimane circa, di sesso femminile che presenta evidenti anomalie alla testa, mentre il tronco e gli arti sono esteriormente normali. Nel complesso la testa ha un profilo di forma sferica in quanto il primo segno evidente è il difettoso sviluppo del caratteristico grugno che
Su una rara malformazione cranio-facciale, ecc. 31
conferisce alla specie suina un aspetto inconfondibile. I diametri della testa sono pertanto alterati mentre non si evidenziano modificazioni per quanto riguarda le suture che risultano perfettamente normali.
Della faccia e della porzione anteriore del cranio sono le anomalie che caratterizzano il soggetto in esame. Dalla regione che potrebbe essere defi¬ nita frontale , si stacca una formazione che ricorda in tutto una proboscide di elefante, all’estremità della quale si osserva una netta depressione cen¬ trale posta trasversalmente, (fig. 1 e 2).
Subito sotto l’origine della predetta formazione si riscontra un’unica orbita di forma ellittica e di notevoli dimensioni, contenente due globi oculari fusi medialmente. Esistono due paia di palpebre anch’esse fuse medialmente ma che danno origine solo a due commessure laterali (fig. 2). Le inferiori contraggono intimi rapporti con una strana formazione a sviluppo asimmetrico che rappresenta la delimitazione superiore dell’in¬ gresso in cavità orale. Tale struttura, ricoperta di cute, costituisce pertanto un tratto di labbro superiore.
L’estremità orale della mandibola ha una forma pressoché normale e ovviamente delimita, insieme alla struttura asimmetrica prima descritta, la rima buccale. Dalla cavità orale protrude la lingua che risulta di forma alquanto originale; infatti, essa presenta i margini laterali rialzati ed incur¬ vati medialmente e nello stesso tempo molto ravvicinati alla base e all’estremità. Tali margini sono anche fittamente frastagliati.
Allo scalottamento è stato possibile constatare la grande facilità nel tagliare le ossa della volta cranica e ciò per il loro esile spessore determi¬ nato anche dall’aumento della quantità del liquido cefalorachidiano esterno. Tale situazione è caratteristica dell’idrocefalia esterna (fig. 2 c).
La massa encefalica appare notevolmente ridotta e solo nel tratto più anteriore mostra un cenno di divisione nei due emisferi. Quest’aspetto, unitamente ai vari atteggiamenti osservabili nella faccia, permette di classi¬ ficare il feto come un soggetto ciclocefalo sinoftalmo con proboscide. Al taglio longitudinale della testa si osserva resistenza, nell’ambito della pro¬ boscide, di un sottile canalicolo che percorre la suddetta formazione in tutta la sua lunghezza (fig. 3). Tale canalicolo, in prossimità della radice di attacco del peduncolo sullo scheletro, si dilata alquanto in un antro a pareti anfrattuose in cui sono osservabili strutture ossee che ad un esame istolo¬ gico risultano ricoperte da mucosa nasale.
Al di sotto dell’unica cavità orbitaria il labbro superiore è sostenuto da un’impalcatura ossea che rappresenta l’evoluzione anomala delle strutture del palato duro. In questa regione si riscontrano numerosi adenomeri ghiandolari dovuti al gruppo delle ghiandole buccali.
32 M. Nicotina , G. Paino e G. Scala
Fig. 1 - a) feto di suino malformato; b) particolare della testa. P = Proboscide; PB - Palpebre; LS Labbro superiore, L = Lingua.
Su una rara malformazione cranio-facciale, ecc. 33
Fig. 2 - Feto di suino malformato, a) particolare della testa, vista di profilo.
O = Occhio; P = Proboscide; L = Labbro superiore; M = Mandibola; E = Massa encefalica.
34 M. Nicotina, G. Paino e G. Scala
Fig. 3 - Feto di suino maiformato. Sezione longitudinale della testa. CV = Cavità ventricolare; O = Occhio; P = Proboscide; L = Lingua; F = Faringe; E = Epiglottide.
Su una rara malformazione craniofacciale, ecc. 35
Le strutture poste al di sotto della base cranica non sono precisamente identificabili in quanto a tale livello la loro disposizione è estremamente irregolare e complessa; si osservano, infatti, tratti ossei e strutture dentarie immerse in un ammasso di tessuto connettivo. Più ventralmente i limiti della cavità faringea sono alterati, specialmente nel tratto dorsale che risulta alquanto allungato. Abbastanza ben delimitate sono le porzioni dell’orofaringe e del laringofaringe.
Per quanto si riferisce alla cavità cranica, essa è solo in parte occupata dalle strutture nervose; infatti queste nel tratto prosencefalico, oltre a non presentare la divisione nei due emisferi, risultano limitatamente evolute e disposte intorno ad un’unica cavità ventricolare la cui volta dorsale è di spessore molto esile. Per contro hanno uno sviluppo sufficientemente rego¬ lare nei segmenti mesencefalico e rombencefalico; in quest’ultimo tratto si identifica sia il bulbo sia il cervelletto (fig. 3).
Non si evidenzia una vera struttura ipofisaria.
Conclusioni
Dalla descrizione emerge che il feto di suino da noi esaminato è un ciclocefalo sinoftalmo con proboscide cui si affiancano altre alterazioni tra cui le più evidenti sono dei tratti viscerali della faccia. In particolare per quanto riguarda la proboscide, essa presenta oltre ad una impalcatura ossea, strutture tipiche delle cavità nasali quali una canalizzazione che si apre alla sua estremità apicale, l’epitelio respiratorio della mucosa ed il plesso pseudocavernoso della lamina propria.
Al di sotto della base cranica si ha la presenza di diverse strutture disposte molto irregolarmente e non sempre identificabili, che costitui¬ scono nell’insieme un cuneo il cui apice si porta dorsalmente verso la base della lingua.
L’aspetto più interessante, tuttavia, è quello della morfologia e della evoluzione dell’encefalo. Infatti, nel nostro caso, la mancata differenzia¬ zione del prosencefalo comporta anche il limitato sviluppo della massa encefalica (microcefalia) unitamente alla notevole ampiezza della cavità cranica, la quale risulta riempita in gran parte di liquido cefalorachidiano esterno. Non è facile stabilire se la patogenesi di tali malformazioni sia da collegarsi completamente alla ciclocefalia, dovuta ad una carenza del potere induttore della placca precordale e considerare quindi l’idrocefalia e la microcefalia come fatti secondari, oppure i diversi aspetti si sono sovrap¬ posti partendo da cause indipendenti l’una dall’altra.
36 M. Nicotina , G. Paino e G. Scala
BIBLIOGRAFIA
1) Blinns W. et al - 1959 /. of Am. Med. A ss. 134, 180.
2) Cinti G., Angeli F. - 1957 Ardi. De vecchi , 26, 965.
3) Coffey V. P., Clakke N. - 1960 J. Disk Med . A ss. 46, 139.
4) Duhamel B. - 1966 - Morphogénese patoìogique des montruosites aux malforma- tion . Massom e Cie.
5) Gallippi G. B. et al 1971 Folio Hered. Path. 20, 63,
6) Grampa et al - 1961 Folla Hered. Path., 11, 61.
7) Pelagatti G. V. - 1976 Embriologia e Teratologia . Idelson.
8) Trjdon P., Thriet M. - 1966 Maìformations associées de la tète et des extrémités. Masson e Cie.
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 37-50, figg. 3, tab. 1
Studi idrogeologici
sulla Piana del Dragone (Avellino) (*)
Nota del socio Pietro Celico (**) e di Domenico Russo (**)
(Tornata del 26 giugno 1981)
1. Premessa
La Cassa per il Mezzogiorno, nell’ambito delle attività del Progetto Speciale n. 29 (Ripartizione Progetti Idrici - Div. 4), ha affrontato lo studio idrogeologico della Piana del Dragone al fine di risolvere più problemi tra loro collegati: l’inquinamento, tuttora in atto, della falda che alimenta le sorgenti di Cassano Irpino e Serino; l’allagamento sistematico della Piana, nel periodo invernale; il reperimento di acque a quota alta, per gli usi irri¬ gui della stessa Piana.
Nel corso del presente lavoro vengono resi noti i risultati degli studi condotti durante le prime indagini di carattere conoscitivo; vengono inoltre evidenziati i principali orientamenti emersi e le prospettive aperte per la soluzione dei già menzionati problemi.
2. Attuali conoscenze idrogeologiche
La Conca del Dragone (Fig. 1) è una delle più ampie aree a deflusso endoreico esistenti nell’Appennino carbonatico meridionale. Le sue acque di ruscellamento superficiale vengono smaltite da un unico inghiottitoio (Bocca del Dragone) posto in diretta comunicazione con la falda di base del M. Terminio, quest’ultima tributaria delle sorgenti di Cassano Irpino e Serino.
(*) Studio edito a cura della Comunità Montana Terminio-Cervialto, Mon¬ tella (AV).
(**) Cassa per il Mezzogiorno (Rip. Progetti Idrici - Div. 4).
38 P. Ce li co e D. Russo
2.1. Schema di circolazione idrica sotterranea all’interno del massiccio del Terminio-Tuoro
Il massiccio carbonatico del M. Terminio - M. Tuoro (Fig. 1) può essere considerato un’unica unità idrogeologica in quanto, ai suoi limiti, si verifi¬ cano condizioni che annullano o comunque rendono trascurabili i travasi d’acqua verso altri domini idrogeologici; all’interno, inoltre, esiste un com¬ portamento dell’acquifero complessivamente omogeneo sia nei riguardi dell’infiltrazione che dell’accumulo e del movimento delle acque.
Detta unità è delimitata, a nord-ovest e a nord-est, da importanti faglie (Civita, 1967) che pongono a contatto il massiccio carbonatico con i ter¬ reni scarsamente permeabili delle unità Irpine e delle unità Sicilidi (com¬ plesso arenaceo-argilloso-marnoso). Il tamponamento operato sulla falda di base del massiccio dai suddetti litotipi e pressoché completo.
Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino) 39
A sud-ovest l’unità idrogeologica è delimitata dalla faglia del fiume Sabato, lungo la quale dovrebbero essere trascurabili le perdite verso l’adiacente struttura carbonatica dei M.ti di Solofra. Basti osservare che a sud-ovest della faglia (in corrispondenza dell’abitato di Solofra) la piezome¬ trica si mantiene più bassa di circa 140 m (Celico, 1979) rispetto alle sor¬ genti Acquaro-Pelosi (n. 1; — 370 m s.l.m.) e che a nord-est della stessa faglia la piezometrica raggiunge quota 655 circa nei pressi di Volturara Irpina (sondaggio B in fig. 1). Esistono quindi, in corrispondenza del gra- ben del Sabato, perdite di carico di entità considerevole che fanno esclu¬ dere l’esistenza di travasi d’acqua importanti da nord-est verso sud-ovest.
A sud, infine, il limite dell’unità idrogeologica è marcato dal contatto tettonico tra la serie prevalentemente calcarea del M. Terminio e le dolo¬ mie del M. Accellica. Anche in questo caso l’andamento dello «sparti¬ acque» sotterraneo sembra evidente. Infatti esiste una netta differenza di permeabilità tra le dolomie, che si rinvengono generalmente allo stato fari¬ noso, ed i calcari caratterizzati dalla presenza di un fenomeno carsico molto evoluto (Civita, 1969).
All’interno del massiccio carbonatico (Celico, 1978) è possibile distin¬ guere una prima struttura (M. Tuoro) che dovrebbe alimentare le sorgenti di Sorbo Serpico e Salza Irpina (n. 3; — 470 m s.l.m.; ~ 0.2 mc/sec) e, solo in parte, la sorgente Urcioli (n. 2; —310 m s.l.m.; — 1.2 mc/s). Quest’ul- tima infatti, unitamente alla sorgente Acquaro-Pelosi (n. 1; — 370 m s.l.m.;
— 0.8 mc/s), dovrebbe trarre alimentazione pure dalla struttura del M. Ter¬ minio attraverso le alluvioni del Sabato.
Lo stesso M. Terminio drena le proprie acque anche verso le sorgenti di Cassano Irpino (Ponentina, Peschiera, Prete e Bagno della Regina; n. 5;
— 470 m s.l.m.; — 3.1 mc/s) e verso la sorgente Beardo (n. 4; — 450 m s.l.m.; — 0.4 mc/s); quest’ultima, in particolare, trae alimentazione dalla parte nord-orientale della struttura e le sue acque, dopo aver attraversato le arenarie del Flysch di Castelvetere, scaturiscono nella galleria dell’ENEL l.
Per quanto riguarda le sorgenti di Serino e Cassano è praticamente impossibile individuare, all’interno del Terminio, delle aree di alimenta¬ zione che possano essere considerate indipendenti.
Probabilmente, così come sembra dimostrare anche la quota piezome¬ trica riscontrata lungo tutto il bordo meridionale della Piana del Dragone
1 II passaggio delle acque attraverso le arenarie (Celico 1979) è stato verificato durante le ispezioni eseguite nella galleria dell’ENEL successivamente al terremoto del 23-11-1980.
40 P. C elico e D. Russo
(Fig. 2), esse traggono alimentazione da un unico bacino sotterraneo la cui falda perde molto carico lungo le fasce di bordo del massiccio.
In tale ipotesi, la piezometrica dovrebbe perdere meno carico dal lato di Cassano Irpino rispetto alla zona posta a sud-ovest di Volturara Irpina. In quest’ultima fascia, infatti, sono visibili importanti motivi di compressione (Civita, 1967; Incoronato et al., 1978); inoltre, sotto il Terminio, le dolo¬ mie triassiche dovrebbero innalzarsi fino a quota superiore a quella piezo¬ metrica. Ciò sembra spiegare perché le sorgenti di Cassano Irpino abbiano una portata molto maggiore di quelle di Serino, nonostante affiorino a quota superiore.
Tale situazione stratigrafico-strutturale sembra peraltro ripercuotersi anche sul regime delle sorgenti. Esso, infatti, è più regolare nel gruppo sor¬ givo di Serino rispetto a quello di Cassano (Civita, 1969; Celico, 1981/a). È evidente, comunque, che alla modulazione del regime delle sorgenti di Serino debba contribuire anche l’ampio e potente materasso alluvionale che le acque di falda percorrono per giungere dal bordo del massiccio alle sorgenti.
Lo stesso assetto stratigrafico-strutturale e le condizioni di affiora¬ mento delle acque potrebbero essere anche la principale causa dei risultati delle prove di colorazione eseguite dall’inghiottitoio di Piana del Dragone il 25-7-1979 con fluorescina 2. Infatti, il campione di carbone attivo prele¬ vato alle sorgenti di Cassano Irpino (n. 5) in data 1-8-79 (dopo sette giorni di immersione in acqua) ha dato reazione positiva; invece alle sorgenti Acquaro-Pelosi (n. 1) i risultati sono stati sempre negativi fino all’ultimo prelievo eseguito il 21-8-79. Ciò sembra quindi avvalorare l’ipotesi delle maggiori difficoltà di deflusso esistenti verso le sorgenti di Serino; d’altro canto, però, l’altissima velocità di transito delle acque riscontrata verso Cassano sembra sia da correlare con condotti a deflusso preferenziale legati all’inghiottitoio della bocca del Dragone e non con i tempi di risposta com¬ plessivi dell’acquifero, anche se questi sono comunque abbastanza brevi.
L’esito delle prove è stato negativo anche per le sorgenti di Sorbo Ser¬ pico (n. 3). Ciò sembra indicare, unitamente al dislivello piezometrico riscontrato tra il sondaggio A ed i sondaggi B, C, D,E, (~ 45 m), che la discontinuità strutturale su cui è imposta la Piana del Dragone può essere obiettivamente considerata uno «spartiacque» sotterraneo (Celico, 1978) tra le già menzionate strutture di M. Terminio e M. Tuoro.
2 Le prove di colorazione sono state eseguite dal dott. F. Mangano e dalla Dott.ssa L. Monaco, nell’ambito delle indagini condotte dalla Cassa per il Mezzo¬ giorno.
Studi idrogeologia sulla Piana del Dragone (Avellino) 41
2.2. Schema di circolazione idrica nel bacino idrografico della Piana del Dra¬ gone
All’interno del bacino idrografico della Piana del Dragone (Fig. 1) affiorano litotipi prevalentemente calcarei ad alta permeabilità (~ 43 Kmq), depositi prevalentemente argillosi a scarsissima permeabilità e, sovrapposti a questi ultimi, depositi detritico-alluvionali e lacustri, anch’essi a scarsa permeabilità (~ 19 Kmq).
2.2.1 Valutazione dei volumi d’acqua affluenti alla Bocca del Dragone
In Tab. I sono riportati, in modo sintetico, i risultati di un primo bilan¬ cio di massima del Bacino del Dragone.
TABELLA I
Bilancio idrologico della Conca del Dragone
|
LITOTIPI |
Kmq |
p |
E |
-r |
Q = i |
>-Er |
ip |
Rp |
|||||
|
AFFIORANTI |
mm/a |
io6 mc/a |
mm/a |
IO6 mc/a |
mm/a |
io6 mc/a |
o/o |
mm/a |
io6 mc/a |
o/o |
mm/a |
io6 mc/a |
|
|
Depositi «imper¬ meabili » |
19 |
1420 |
27 |
573 |
11 |
847 |
16 |
- |
- |
- |
100 |
847 |
16 |
|
Depositi carto¬ natici |
43 |
1420 |
61 |
573 |
24 |
847 |
37 |
90 |
762 |
33 |
10 |
85 |
4 |
|
volume d’acqua |
mediamente smaltito dalla Bocca |
del |
Dragone |
20 |
Si tratta di volumi d’acqua calcolati in modo prudenziale sulla base delle seguenti considerazioni:
— gli afflussi (P) nel bacino (quota media q = ~ 920 m s.l.m.) sono stati valutati, sulla base dei dati forniti da Civita (1969), considerando la media delle precipitazioni annuali misurate in corrispondenza dei pluvio¬ metri di Serino (q = 351 m s.l.m.; P = 1342 mm), Cassano Irpino (q = 470 m s.l.m.; P = 1292 mm) e Montemarano (q = 855 m s.l.m.; P = 1237 mm), posti ai margini dell’area considerata. Lo spessore della lama d’acqua così
42 P. Celico e D. Russo
calcolato (~ 1290 mm) non dovrebbe essere molto lontano dalla realtà in quanto, localmente, sembra non esistano marcate relazioni tra variazioni altimetriche e piovosità; esso è stato comunque aumentato di circa il 10% per tenere conto dell’influenza del M, Terminio (~ 1800 m s.l.m.) sul quale non esistono pluviometri.
— L’evapotraspirazione (Er) è stata calcolata, in prima approssima¬ zione, con la formula di Ture considerando una temperatura media di 10,5°C, quale risulta dalla relazione tra altitudine (quota media del baci¬ no = ~ 920 m s.l.m.) e temperatura trovata da Civita, (1969).
— Il deflusso globale (Q = P — Er) è risultato probabilmente sottosti¬ mato, anche perché i quantitativi d’acqua di evapotraspirazione sono stati complessivamente sovrastimati. Comunque bisogna considerare che gli errori di valutazione maggiori, come in tutte le aree calcaree con scarsa vegetazione, si ripercuotono in gran parte sui deflussi sotterranei, i quali trovano recapito fuori della piana. Non si è potuto invece valutare in modo corretto l’influenza degli allagamenti invernali sull’evaporazione, in quanto i dati attualmente disponibili sono insufficienti.
— L’infiltrazione potenziale (Ip) è stata considerata trascurabile nei depositi «impermeabili» in quanto le poche acque di infiltrazione vengono comunque restituite in modo diffuso negli alvei tributari della Bocca del Dragone.
— I deflussi superficiali (Rp) relativi agli affioramenti carbonatici sono stati cautelativamente considerati pari al 10% del deflusso globale, nell’ipo¬ tesi che solo gli eventi piovosi di maggiore intensità possano provocare fenomeni di ruscellamento.
In conclusione, sulla base delle suddette ipotesi, sono stati valutati in circa 20- IO6 mc/a i quantitativi d’acqua superficiale che vengono media¬ mente smaltiti attraverso la Bocca del Dragone. Si tratta di un volume pari al 12% della potenzialità globale delle sorgenti di Cassano Irpino e Serino (~ 5,1 mc/s in media), dove il sistema carsico sembra drenare le proprie acque.
2.2.2. La circolazione idrica sotterranea nei pressi della Bocca del Dragone
I sondaggi meccanici eseguiti lungo il bordo meridionale della Piana del Dragone hanno intercettato la falda a quota molto alta (~ 653 ~ 689 m s.l.m., nel periodo di magra dell’anno 1980) in relazione a quella della stessa Piana (~ 670 m s.l.m., nei pressi dell’inghiottitoio).
Gli stessi sondaggi hanno inoltre evidenziato (Fig. 2) che proprio in corrispondenza dell’inghiottitoio esiste una zona di drenaggio preferenziale
Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino) 43
della falda di base. Infatti in magra, e quindi in condizioni indisturbate (vedi, in fig. 2, l’andamento della piezometrica del 5-9-80), le acque con¬ vergono verso il sistema carsico collegato all’inghiottitoio, nonostante i punti di recapito preferenziale della falda si trovino in posizione opposta (sorgenti di Scrino e Cassano Irpino).
Ciò, ai fini dello schema di circolazione idrica sotterranea dell’intero massiccio, può essere interpretato ammettendo che le acque drenate o immesse nella zona dell’inghiottitoio seguano, per giungere a recapito, un percorso preferenziale probabilmente irregolare che consente l’aggiramento degli ostacoli esistenti lungo il percorso più breve (paragrafo 2.1.). Detta interpretazione , anche se indirettamente, sembra essere confermata da quanto verificato nei Monti Lepini dove gran parte delle acque di falda aggira la faglia di Carpineto prima di giungere a recapito (Bartolomei et al, 1980).
2.2.3. Capacità di assorbimento della Bocca del Dragone
Che la principale causa dell’allagamento della Piana del Dragone fosse legata alla scarsa capacità di assorbimento dell’inghiottitoio era stato già ipotizzato sulla scorta dei primi risultati delle indagini (Celico, 1979).
Detta ipotesi ha trovato ora conferma dopo le osservazioni di livello eseguite, nei piezometri e nella Piana, durante l’anno 1980 3. Infatti, in Fig. 3, si può innanzitutto osservare che, mentre le escursioni massime di falda misurate nei piezometri B ed E sono state molto contenute (~ 2 m), nei fori prossimi all’inghiottitoio (C e D) la piezometrica ha avuto oscilla¬ zioni dell’ordine dei 21 m tra il periodo di piena e quello di magra dell’anno 1980. Inoltre, nel periodo di svuotamento del lago e nei giorni immediatamente precedenti la comparsa dell’acqua nella Piana, le oscilla¬ zioni del livello piezometrico nei sondaggi C e D sono risultate molto veloci.
Tale comportamento, così come si può peraltro osservare in Fig. 2, prova che i sondaggi C e D si trovano ubicati nell’area interessata dal cono di assorbimento delle acque della Bocca del Dragone. Quindi, la sezione del condotto carsico comunicante con l’inghiottitoio non e sufficiente a smaltire velocemente le acque della Piana, così come non lo è la trasmissi- vità verticale del mezzo carbonatico in quel punto.
3 Le misure di livello sono state eseguite dal dott. Liotti, di Volturara Irpina, nell’ambito delle indagini in corso a cura della Cassa per il Mezzogiorno.
44 P. Celi co e D. Russo
690-,
Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino) 45
Fig. 3 - Correlazione tra i livelli di falda misurati nei piezometri ed il livello de! lago del Dragone
46 P. C elico e D. Russo
Prima di concludere è interessante osservare che la permeabilità dell’acquifero sembra essere complessivamente maggiore ad ovest dell’in¬ ghiottitoio rispetto ad est (Fig. 2). Infatti ad oriente la superfìcie piezome¬ trica presenta una maggiore pendenza, in accordo con la maggiore acclività del cono di assorbimento.
3. Possibilità di intervento per la soluzione dei problemi della Piana del Dragone
Il principale obiettivo degli studi eseguiti è stato quello di individuare le possibilità di smaltimento rapido delle acque del bacino del Dragone al fine di recuperare alcune centinaia di Ha di terreno all’agricoltura e di migliorare le condizioni igieniche della falda del Terminio, possibilmente senza incidere in modo sostanziale sull’attuale regime delle sorgenti che alimentano l’Acquedotto Pugliese, l’Acquedotto dell’Alto Calore e l’Acque¬ dotto di Napoli.
Il chiarimento dei meccanismi che regolano l’allagamento della Piana ed il rinvenimento della falda di base del massiccio del Terminio a quota relativamente alta ha effettivamente aperto nuove prospettive per la solu¬ zione dei suddetti problemi.
3.1. Opere realizzabili
Le opere da realizzare devono essere finalizzate al miglioramento delle condizioni di assorbimento dell’inghiottitoio, alla riduzione dei quantitativi d’acqua che giungono allo stesso inghiottitoio ed al rallentamento della velocità di corrivazione delle acque superficiali.
Il primo obiettivo sembra possa essere raggiunto aumentando in modo opportuno la sezione dell’attuale condotto carsico fino a raggiungere la falda, rinvenuta a breve profondità (Fig. 2). Altri «inghiottitoi artificiali» o «pozzi rovesci» di piccolo e/o grande diametro potrebbero essere realiz¬ zati lungo il bordo meridionale della Piana.
I quantitativi d’acqua che giungono all’inghiottitoio potrebbero essere ridotti e, comunque, la velocità di corrivazione delle acque potrebbe essere rallentata con la sistemazione idraulica degli alvei.
Particolare cura dovrebbe essere posta nella realizzazione delle opere di sistemazione della zona montana, dove è possibile migliorare le condi¬ zioni di infiltrazione delle acque verso la falda dei calcari. Inoltre la siste-
Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino) 47
mazione dell’area pianeggiante 4 dovrebbe essere realizzata in modo tale da raggiungere il duplice obiettivo di allungare i tempi di corrivazione delle acque e di aumentare la capacità di invaso dei canali e delle vasche. Infine, potrà probabilmente essere realizzato un laghetto collinare nella zona del torrente Sava 5 attraverso il quale potrebbero essere sottratti ulte¬ riori quantitativi d’acqua alla Piana e, quindi, all’inghiottitoio.
Pure da valutare è la fattibilità di eventuali canali di guardia, posti ai margini della piana, i quali potrebbero essere direttamente collegati con l’inghiottitoio principale e/o con pozzi rovesci da realizzare in zone oppor¬ tunamente scelte.
3.2. Vantaggi derivanti dalla sistemazione della Piana del Dragone
Il miglioramento delle capacità di assorbimento della Bocca del Dra¬ gone, realizzato nei termini indicati nel precedente paragrafo 3.1, dovrebbe consentire l’eliminazione o la limitazione degli attuali allagamenti della Piana 6.
Sarebbero pertanto recuperabili all’agricoltura alcune centinaia di Ha di terreno con evidenti positive ripercussioni di carattere socio-economico.
Inoltre, tutta la Piana potrebbe essere subito irrigata sfruttando la falda del massiccio (posta a breve profondità dal piano campagna: ~ 20 4- 25 m), anche attraverso l’utilizzazione degli stessi «pozzi rovesci» e «inghiottitoi artificiali» necessari per lo smaltimento delle acque di ruscellamento invernali.
Considerata la distanza esistente tra il punto di captazione e le sor¬ genti di Serino e Cassano (6 4- 8 Km), l’emungimento di circa 4 4- 5- IO6 me (concentrato nel periodo irriguo) dovrebbe consentire il «trasferimento», alla stagione estiva (Celico et al. 1980; Celico, 1981/b), di portate sorgive invernali attualmente inutilizzate. D’altro canto l’inci¬ denza sul regime sorgivo dovrebbe essere del tutto marginale in quanto il volume indicato rappresenta il 2,5% circa della potenzialità globale della falda di base dell’intero massiccio (~ 180- IO6 mc/a); rientra, pertanto, nei limiti di approssimazione delle misure e dei bilanci idrologici.
4 L’Ufficio del Genio Civile di Avellino, con la direzione dell’Ing. Aucone, ha rea¬ lizzato un apposito progetto per conto della Comunità Montana Terminio-Cervialto.
5 II comune di Volturara Irpina, con la consulenza del prof. F. Ortolani, ha indivi¬ duato la possibilità di realizzare un piccolo invaso lungo il corso del Torrente Sava.
6 La necessità di risolvere detto problema è stata prospettata dalla Comunità Montana Terminio-Cervialto.
48 P. Celi co e D. Russo
Un ulteriore vantaggio derivante dalla sistemazione del bacino del Dragone dovrebbe essere dato dalla diminuzione, certamente sensibile, del carico inquinante attualmente immesso in falda. Infatti le acque sareb¬ bero in parte intercettate prima di giungere nella Piana dove le attività agricole e zootecniche rappresentano la principale causa di inquinamento, sia chimico che batteriologico. Le stesse acque inoltre, non ristagnando più per lunghi periodi (variabili dai 5 ai 6 mesi) nella zona maggiormente inquinata, non avrebbero più la possibilità di aumentare in modo conside¬ revole il loro tasso di inquinamento.
4. Conclusioni
I problemi della Piana del Dragone (allagamento invernale, reperi¬ mento di acque per l’irrigazione e diminuzione del tasso di inquinamento della falda di base del M. Terminio) sono stati affrontati con uno studio preliminare finalizzato soprattutto al chiarimento dei meccanismi che rego¬ lano la circolazione idrica sotterranea nelle adiacenze della Piana ed in par¬ ticolare dell’inghiottitoio.
II principale risultato raggiunto consiste nell’avere accertato che l’alla¬ gamento invernale della zona valliva non è da mettere in relazione con l’af¬ fioramento della piezometrica del massiccio, così come ritenuto in prece¬ denza, bensì con le scarse possibilità di assorbimento delle acque da parte dell’inghiottitoio.
Tale risultato ha permesso di ipotizzare soluzioni, al problema dell’al¬ lagamento della Piana, che consentono di non sottrarre acque alle sorgenti basali del Terminio (—20- IO6 me) e di ridurne, nello stesso tempo, il carico inquinante.
Attraverso le indagini è stata inoltre accertata (a circa 20 -r- 25 m dal piano campagna, nella zona dell’inghiottitoio) l’esistenza di risorse suffi¬ cienti al soddisfacimento integrale dei fabbisogni irrigui della zona. Il loro sfruttamento potrebbe essere provvisorio, ovvero definitivo qualora l’invaso ipotizzato sul T. Sava risultasse di capacità insufficiente, non fattibile o economicamente inaccettabile.
Attualmente gli studi continuano per affinare ulteriormente le cono¬ scenze. Comunque è già possibile individuare alcuni interventi prioritari che possono essere anticipati nel quadro di un programma ampio ed orga¬ nico, anche se quest’ultimo sarà soggetto ad inevitabili aggiornamenti.
Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino) 49
BIBLIOGRAFIA
Bartolomei C, Celico P., Pecoraro A., 1980 - Sulle possibilità di alimentazione artificiale della falda di base del massiccio carbonatico dei Monti Lepini (Lazio meridionale). Atti 4 Gonv. Intern. Acque Sott. Acireale (CT). In corso di stampa.
Cassa per il Mezzogiorno, 1978 - Indagini preliminari conoscitive delle risorse idriche relative all’area di intervento del Progetto Speciale n. 29. Studio inedito.
Celico P., 1978 - Schema idrogeologico dell’Appennino carbonatico centro-meridio¬ nale. Mem. e Note Ist. Geol. Appi., 14, Napoli.
Celico P., 1979 - Considerazioni sull’idrogeologia di alcune zone dell’Italia centro meridionale alla luce dei risultati di recenti indagini geognostiche. Mem. e Note Ist. Geol. Appi., 15, Napoli.
Celico P., 1981/a - Prima interpretazione degli effetti del terremoto del 23 novembre 1980 sul regime delle principali sorgenti delVIrpinia (Campania). Pre-print.
Celico P., 1981/b - Metodologìa di calcolo e possibilità di utilizzazione dei principali parametri idrodinamici dell’acquifero carbonatico dei Monti Lepini (Lazio Medio¬ naie). Pre-print.
Celico P., Bartolomei C., Pecoraro A., 1980 - I massicci carbonatici limitrofi alla Piana di Fondi (Lazio meridionale): circolazione idrica sotterranea e possibilità di utilizzazione dell’acquifero come serbatoio naturale di compenso. Boll. Soc. Nat., 89, Napoli. In corso di stampa.
Celico P., Civita M., 1976 - Sulla tettonica del massiccio del Cervialto (Campania) e le implicazioni idrogeologiche ad essa connesse. Boll. Soc. Nat., 85, Napoli.
Civita M., 1967 - Alcune osservazioni preliminari sulla tettonica del Massiccio del Terminio-Tuoro (Irpinia). Boll. Soc. Nat., 75, Napoli.
Civita M., 1969 - Idrogeologia del massiccio del Terminio-Tuoro (Campania). Mem. e Note Ist. Geol. Appi., 11, Napoli.
Cocco E., Graverò E., Ortolani F., Pescatore T., Russo M., Sgrosso I., Torre M., 1973 - Les facies sedimentaires du Bassin Irpinien (Italie Meridionale). Atti Acc. Pont, 21, Napoli.
Cocco E., Graverò E., Ortolani F., Russo M., Torre M., Coppola L., 1974 - Le unità irpine nell’area a Nord di Monte Marzano (Italia Meridionale). Mem. Soc. Geol. It, 13, Roma.
Cortese E., 1894 - Le acque sorgive delle alte Valli dei Fiumi Seie, Calore, Sabato. Boll. R. Com. Geol. It, 7, Roma.
D’Argenio B., Pescatore T., Scandone P., 1972 - Schema geologico dell’Appennino meridionale (Campania e Lucania). Atti Acc. Naz. Lincei, 183, Roma.
Incoronato A., Nardi G., Ortolani F., 1978 - Assetto strutturale del margine nord- orientale dei Monti Picentini (Campania) e implicazioni idrogeologiche. Atti « Sernin. Int. Proc. Paleoc. e Neoc. e loro Imp. Econ. nell’It. Merid. », Napoli.
Ippolito F., D’Argenio B., Pescatore T., Scandone P., 1975 - Structural stratigrafie units and tectonic framework of Southern Apennines. The Earth Sciences of thè Libyan Arab. Republic, Tripoli.
Nicotera P., 1959 - Rilevamento e indagini geologiche per la captazione delle sorgenti di Sorbo Serpico (Avellino). Mem. e note Ist. Geol. Appi., 7, Napoli.
Ortolani F., 1974/a - Faglia trascorrente pliocenica nell’Appennino campano. Boll. Soc. Geol. Ital., 93, Roma.
50 P. Celi co e D. Russo
Ortolani F,5 1974/b - Assetto strutturale dei Monti Picentini, della Valle del Seie e del Gruppo di Monte Marzano -Monte Ogna (Appennino meridionale). Implica¬ zioni idrogeologiche. Boll. Soc. Geol. ItaL, 94, Roma.
Pescatore T., 1965 - Le facies di transizione nel gruppo di Monte Marzano. Boll. Soc. Nat, 74, Napoli.
Pescatore T, . Ortolani R. 1973 - Schema tettonico delì’Appennino campano-lucano. Boll. Soc. Geol. ItaL, 92, Roma.
Pescatore T,; Sgrosso I., Torre M., 1969 - Lineamenti di tettonica e sedimentazione nel Miocene dell’Appennino campano-lucano. Mem. Soc. Natur., suppl. boli. 78, Napoli.
Servizio Geologico D’Italia - Carta geologica d’Italia alla scala 1 : 100.000 e relative note illustrative. Fogli nn. 185, 186, Roma.
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 51-63, fig. 1, tabb. 9
Primi dati sulla biologia e sul comportamento di Erinaceus europaeus L. 1758 (Insectivora)
Nota dei soci Gerardo Gustato (*), Patrizia Pedata e Silvana del Gaudio
(Tornata del 26 giugno 1981)
Riassunto. - Dall’esame della biologia, e del comportamento di E. europaeus L. 1758 (Insectivora) è risultato che il ciclo vitale di questo mammifero ibernante, nell’arco di 12 mesi si articola in una serie di stadi.
Le osservazioni condotte consentono di avere un quadro del comportamento di E. europaeus in stabulario e di delineare le suddette fasi, alla luce delle diversità di comportamento riscontrate.
Avendo rilevato quotidianamente la temperatura corporea, il ritmo respiratorio e quello cardiaco ed il peso, si sottolineano i rapporti esistenti tra questi parametri ed i diversi stadi che risultano, così, chiaramente differenziati.
Viene indicata la distribuzione mensile dei giorni trascorsi in ipotermia e la coincidenza di questo fenomeno per i diversi esemplari.
Si evidenzia, pure, la differenza nei tempi di entrata e di uscita dall’ipotermia e che in quest’ultima fase compaiono tremori: ciò testimonierebbe la presenza di ter¬ mogenesi con brividi.
Summary. - The study carried on E. europaeus L. 1758 (Insectivora) emphatizes that in thè life of this hibernating animai there are, in thè year, different activity stages.
These can be discriminated looking on thè behaviour, while body temperature, respiratory rhythm cardiac rate and weight values are useful to characterize too.
During thè year thè amount of days in hypothermia and its simultaneous evi- dence in two, three or four animals toghether shows that at 41°N thè hedgehog ana- biosys occours from october-november to march-april.
The time spent by hedgehogs for arousal from hypothermia, is three time long than for entrance in.
In thè arousal from hypothermia hedgehog has shown shivering; so thè A.A. hypothize that is present S.T. (shivering thermogenesis) too.
(*) Istituto e Museo di Zoologia - Napoli.
52 G. Gustato, P. Pedata e S. del Gaudio
1. Introduzione e scopo della ricerca
Si forniscono alcuni dati ricavati da uno studio condotto presso l’Isti¬ tuto di Zoologia dell’Università di Napoli su alcuni esemplari di Erinaceus europaeus L. 1758 (Insectivora).
I risultati delle osservazioni confrontati con quanto ricavato da una attenta revisione bibliografica forniscono alcuni approfondimenti sulla bio¬ logia di questa specie.
L’esame del comportamento dal punto di vista quantitativo e qualita¬ tivo, confermando alcuni dati precedenti, ha evidenziato, pure, aspetti nuovi nella etologia di questo interessante mammifero.
2. Materiale e metodi
Quattro esemplari di Erinaceus europaeus (3 femmine ed 1 maschio) catturati in Campania ed in Puglia sono stati tenuti sotto controllo per 16 mesi; inoltre, durante il periodo maggio 1979 - luglio 1980 se ne è osser¬ vato il comportamento dalle ore 18.00 alle ore 21.00 di ogni giorno.
I singoli animali, tenuti in uno stabulario a temperatura ambiente (TJ erano alloggiati in 4 gabbie metalliche di mq. 0,25 distanti l’una dall’altra circa cm. 10. Le pareti laterali non consentivano agli animali alcuna comunicazione visiva.
Quotidianamente venivano rilevati su ogni animale, posto sul piatto di una bilancia fuori dalla gabbia, il Peso (P), la temperatura corporea (Tc), il ritmo respiratorio (Rr), il ritmo cardiaco (Re).
Per misurare la Tc si è utilizzato un termometro a mercurio con scala centigrada -10 +40 che, inserito nell’animale appallottolato attraverso la regione ventrale, una volta a contatto con l’addome, veniva lasciato in loco finché la T registrata rimaneva costante per 30”.
Tale metodica, pur se meno precisa nella determinazione della T come valore assoluto, è stata adottata invece di quella con microelettrodi per lasciare l’animale integro, volendo effettuare osservazioni comportamentali.
Per lo stesso motivo è stato utilizzato un fonendoscopio per il Re, mentre il rilevamento visivo degli atti respiratori forniva il Rr.
Lo scopo era quello di ridurre al minimo il fastidio all’animale per evi¬ tarne, durante le misurazioni, il risveglio, se in ipotermia.
Ciò ha sconsigliato il rilevamento della temperatura rettale, meccani¬ camente impossibile, vista la posizione che l’animale assume durante la fase di ipotermia.
Primi dati sulla biologia e sul comportamento di Erinaceus europaeus, ecc. 53
Per verificare se le manipolazioni determinavano risposte indesiderate durante l’ipotermia degli animali, questi, in tale stadio, venivano lasciati indisturbati alternativamente per 24 ore. Si è constatato che i rilevamenti non modificano affatto il comportamento, che risulta identico in due diversi esemplari, entrambi in ipotermia, di cui solo uno sottoposto a misu¬ razioni.
Comunque, venivano annotati ogni giorno, i valori della Ta e di quella massima e minima nelle ultime 24 ore.
Nelle ciotole a disposizione di ciascun animale venivano quotidiana¬ mente distribuiti cibo ed acqua, anche se l’animale era in ipotermia.
Il cibo, oltre che dal latte, fornito occasionalmente al fine di valutare alcuni comportamenti, era costituito da pietanze caratterizzanti la nostra dieta: cibi cotti e conditi, oltre a verdura o frutta fresca. Ciò, dopo aver ten¬ tato, con esiti infruttuosi, di alimentare i ricci con pellettati ad uso murino.
Durante il Periodo sensibile, al fine di valutare l’attività notturna degli animali, veniva confrontata, al mattino, la posizione di ognuno rispetto a quella nella quale lo si era lasciato, in ipotermia, la sera precedente, ed inoltre si valutava la presenza di feci ed urine e la loro distribuzione sul fondo della gabbia che, pertanto, era rinnovato quotidianamente con nuovi fogli di carta.
L’esame del comportamento degli animali in gruppo è stato effettuato ponendo gli esemplari contemporaneamente in una grossa gabbia.
3. Risultati ed osservazioni
Le nostre osservazioni confermano che nelle manifestazioni vitali di E. europaeus sono evidenti una serie di stadi.
Questi, già definiti da Kristofferson e Soivio (1964) su animali tenuti in camere termostatiche, vengono qui completati con dati relativi agli aspetti comportamentali e ad alcuni tratti della fisiologia.
Pertanto, nell’arco dei 12 mesi, il ciclo di E. europaeus si articola nelle seguenti fasi:
- Periodo attivo: si considera tale l’intervallo di tempo compreso tra due Periodi sensibili.
- Periodo di preparazione: precede il Periodo sensibile e comprende un lasso di tempo durante il quale l’animale evidenzia alcuni cambiamenti morfologici.
- Periodo sensibile: comprende il lasso di tempo durante il quale il riccio può cadere in ibernazione e si divide in:
54 G. Gustato, P. Pedata e S. del Gaudio
- entrata in ipotermia che corrisponde alla fase durante la quale la Tc dell’animale si abbassa gradualmente;
- ipotermia : stadio di durata variabile in cui la Tc raggiunge il suo minimo con piccole oscillazioni intorno a questo valore;
- uscita dall’ipotermia : fase durante la quale la Tc dell’animale s’innalza gradualmente;
- periodo di normotermia : corrisponde al lasso di tempo durante il quale il riccio è attivo e la sua Tc si mantiene pressocché costante ed a livelli superiori a 30°C.
Le osservazioni condotte ed il rilevamento di alcuni dati fisiologici consentono di caratterizzare ognuno dei suddetti stadi.
3.1. Periodo attivo
In tale periodo che va, alla nostra latitudine (41°N), da marzo-aprile a settembre-ottobre, E. europaeus , specie ad abitudini notturne, in laborato¬ rio esplica una certa attività anche durante il giorno.
Sia nelle ore antimeridiane che in quelle pomeridiane gli animali pos¬ sono dormire anche se, molto frequentemente, nelle stesse ore si muovono vivacemente nella gabbia, esibendo, soprattutto se sollecitati dallo speri¬ mentatore, un certo comportamento esplorativo. Si mostrano ben adattati alle situazioni sperimentali, appallottolandosi solo nel momento in cui li si prende, ovvero di fronte ad un movimento brusco o ad un forte rumore, mentre poi, gradualmente, e con una certa rapidità, si rilassano consen¬ tendo di effettuare le misurazioni ed osservarne il comportamento.
Non esitano a prendere dalle mani dello sperimentatore l’alimento, masticandolo, poi, rumorosamente; altrettanto avviene per i grossi bocconi prelevati dalla ciotola.
Spesso, dopo le prime deglutizioni, effettuano delle pause durante le quali si immobilizzano, a volte anche col cibo fra i denti, compiendo, di tanto in tanto, dei piccoli sussulti simili a «singhiozzi». Bevono poco di frequente ma a lungo.
È loro abitudine cercare un riparo dove trascorrere le ore di riposo. Dormono, perciò, in un angolo della gabbia o sotto la ciotola, leggermente appallottolati, poggiati sul ventre con il dorso arcuato e gli aculei drizzati.
Durante il Periodo attivo, la Tc si mantiene intorno a valori superiori a 30°C ma con oscillazioni giornaliere e differenze individuali, fino a rag¬ giungere i 35°C.
Primi dati sulla biologia e sul comportamento di Erinaceus europaeus, ecc. 55
Il Re oscilla tra i 160 battiti /V ed 80 battiti /!’ e ciò in dipendenza anche delle manipolazioni.
Anche il numero di atti respiratori/ V varia ed è compreso tra i 10 ed i 40 atti /T.
Durante tale periodo E. europaeus si accoppia e partorisce e manifesta, inoltre, uno strano comportamento - l’autosputo - tuttora oggetto di accu¬ rata indagine sperimentale.
3.2. Periodo di preparazione
Questo stadio inizia con l’approssimarsi dell’autunno, dura da 2 a 4 settimane ed è seguito dal Periodo sensibile.
Durante questo lasso di tempo l’animale si prepara all’ipotermia: si è, infatti, osservato un infoltimento del pelo sia nella regione addominale che sugli arti ed un aumento di «irritabilità» soprattutto negli ultimi 3 o 4 giorni precedenti la prima ipotermia.
E. europaeus esibisce durante il Periodo attivo l’appallottolamento come comportamento difensivo, preceduto dal «boxing» (Herter, 1938). Nel Periodo di preparazione, invece, modifica tale comportamento «boxando» di fronte al minimo disturbo senza, peraltro, appallottolarsi.
Anche il peso dei singoli esemplari subisce delle variazioni giornaliere: negli ultimi 15 giorni di tale fase si registra un decremento totale compreso tra il 7,9% ed il 4,3% (tabb. 1 e 2).
TABELLA 1
Variazione giornaliera assoluta e % nel peso di E. europaeus durante gli ultimi 15 giorni del Periodo sensibile
|
gg. dalla la ipot. |
Riccio |
1 |
Riccio |
2 |
Riccio 3 |
Riccio 4 |
||||
|
peso (gr.) |
variazione % |
peso (gr.) |
variazione % |
peso (gr.) |
variazione % |
peso (gr.) |
variazione % |
|||
|
15 |
825 |
710 |
280 |
585 |
||||||
|
14 |
850 |
+ |
3% |
750 |
+ |
5,6% |
330 |
+ 17,8% |
560 |
- 4,2% |
|
13 |
830 |
- |
2,3% |
770 |
+ |
2,6% |
305 |
- 7,6% |
600 |
+ 0,7% |
|
12 |
820 |
- |
1,2% |
730 |
- |
5,2% |
320 |
+ 4,9% |
585 |
- 2,5% |
|
11 |
780 |
- |
4,8% |
720 |
- |
1,4% |
300 |
- 6,2% |
615 |
+ 5,1% |
|
10 |
770 |
- |
1,2% |
770 |
+ |
6,9% |
305 |
+ 1,6% |
575 |
- 6,5% |
56 G. Gustato, P. Pedata e S. del Gaudio
Segue: TABELLA 1
|
gg. dalla la ipot. |
Riccio 1 |
Riccio |
2 |
Riccio |
3 |
Riccio |
4 |
||||
|
peso (gr.) |
variazione % |
peso (gr.) |
variazione % |
peso (gr.) |
variazione % |
peso (gr.) |
variazione % |
||||
|
9 |
770 |
0% |
665 |
13,6% |
285 |
6,5% |
625 |
+ |
8,7% |
||
|
8 |
720 |
- 6,5% |
645 |
- |
3,0% |
305 |
+ |
7% |
585 |
- |
6,4% |
|
7 |
810 |
+ 12,5% |
675 |
+ |
4,6% |
305 |
0% |
575 |
- |
1,7% |
|
|
6 |
780 |
- 3,7% |
670 |
- |
0,7% |
280 |
- |
8,2% |
590 |
+ |
2,6% |
|
5 |
815 |
+ 4,5% |
670 |
0% |
295 |
+ |
5,3% |
635 |
+ |
7,6% |
|
|
4 |
770 |
- 5,5% |
625 |
- |
6,7% |
295 |
0% |
660 |
+ |
3,9% |
|
|
3 |
800 |
+ 3,9% |
685 |
+ |
9,6% |
300 |
+ |
1,7% |
580 |
- |
12,1% |
|
2 |
785 |
- 1,9% |
620 |
- |
9,5% |
260 |
- |
13,3% |
585 |
+ |
0,9% |
|
1 |
760 |
- 3,2% |
675 |
+ |
8,9% |
260 |
0% |
560 |
- |
4,3% |
|
TABELLA 2 |
|||
|
Variazione |
del peso |
di E. europaeus negli ultimi |
15 giorni |
|
del |
Periodo di preparazione |
||
|
Riccio N. |
Variazione |
Variazione |
|
|
peso (gr.) |
peso (%) |
||
|
1 |
-65 |
- 7,9% |
|
|
2 |
-35 |
- 4,9% |
|
|
3 |
-20 |
-7,1% |
|
|
4 |
- 15 |
- 4,3% |
3.3 Periodo sensibile
Durante tale periodo è riscontrabile negli animali il fenomeno di vita latente anche se essi alternano all’ipotemia periodi di normotermia.
Si considera, dunque, Periodo sensibile fintervallo di tempo compreso tra la prima e l’ultima ipotermia.
Dalle osservazioni condotte è risultato che tale periodo inizia in otto¬ bre-novembre e si protrae fino a marzo-aprile. Ciò è testimoniato anche dalla mancata segnalazione da parte di cacciatori e catturatori, di esemplari di E. europaeus in zone dove frequenti sono i rinvenimenti all’infuori di questo periodo, oltre che dalla totale assenza di ricci trovati morti sulle strade.
Primi dati sulla biologia e sul comportamento di Erinaceus europaeus, ecc. 57
TABELLA 3
Periodo sensibile nei diversi esemplari di E. europaeus
Riccio N.
dal
Periodo sensibile
al durata gg. % gg. sull’anno
|
1 |
25/X |
7/TV |
147 |
40,3% |
|
2 |
21/X |
5/TV |
150 |
41,1% |
|
3 |
12/XI |
(*) |
87 |
23,8% |
|
4 |
25/X3 |
10/IV |
122 |
33,4% |
(*) morto in data 21/11.
Come si può notare dalla tabella 3, esiste una certa variabilità indivi¬ duale relativa alla data di inizio e di conclusione del Periodo sensibile, anche se il numero di giorni compreso tra la prima e l’ultima ipotermia è pressocché costante in quanto, escludendo l’esemplare N. 3, morto in feb¬ braio, lo scarto tra il min ed il max è pari al 7,7%.
3.3.1. Entrata in ipotermia
In questa fase, che precede ogni ipotermia e dura all’incirca 30’, l’ani¬ male, coricato su un fianco, si apre completamente, sbarra gli occhi ed ini¬ zia a respirare profondamente con un ritmo di 20-30 atti/l’.
Nel giro di pochi minuti l’animale si appallottola e chiude gli occhi; la frequenza respiratoria si riduce fino a raggiungere il limite di 1 atto/45-60”.
Ciò nonostante l’animale è ancora reattivo: infatti, nei primi 15 minuti di questa fase un qualsiasi stimolo, anche solo un piccolo rumore, deter¬ mina come risposta una immediata, ma momentanea, contrazione.
Dopo 20-30’ dall’inizio di questa fase l’animale è in ipotermia.
Durante il Periodo sensibile i 4 esemplari osservati hanno manifestato in totale 104 entrate in ipotermia (tab. 4).
TABELLA 4
Entrate in ipotermia nei diversi mesi
|
Riccio N. |
Ott. |
Nov. |
Die. |
Gen. |
Feb. |
Mar. |
Apr. |
Totale entrate |
|
1 |
2 |
8 |
5 |
6 |
9 |
5 |
1 |
36 |
|
2 |
2 |
6 |
3 |
8 |
6 |
5 |
1 |
31 |
|
3 |
0 |
3 |
0 |
7 |
3 |
13 |
||
|
4 |
0 |
2 |
4 |
5 |
5 |
7 |
1 |
24 |
|
104 |
58 G. Gustato, P. Pedata e S. del Gaudio
L’analisi quantitativa sul totale evidenzia che nel 64% dei casi - 67 entrate in ipotermia - il fenomeno si è verificato contemporaneamente per 2, 3 o 4 esemplari.
Le coincidenze delle entrate in ipotermia (tab. 5) esaminate nei diversi mesi, considerando insieme i diversi esemplari, portano ai seguenti risultati:
TABELLA 5 Entrate in ipotermia
|
Totali |
Coincidenti |
Coincidenti per |
Non coincidenti |
|||||
|
N. |
% |
4 ricci |
3 ricci |
2 ricci |
N. |
% |
||
|
ott. |
4 |
2 |
50% |
_ |
1 |
2 |
50% |
|
|
Nov. |
19 |
10 |
52,6% |
- |
- |
5 |
9 |
47,3% |
|
Die. |
12 |
7 |
58,3% |
- |
1 |
2 |
5 |
41,6% |
|
Gen. |
26 |
22 |
84,6% |
3 |
- |
5 |
4 |
15,3% |
|
Feb. |
23 |
15 |
65,2% |
- |
1 |
6 |
8 |
34,7% |
|
Mar. |
17 |
13 |
76,4% |
- |
1 |
5 |
4 |
23,5% |
|
Apr. |
3 |
0 |
0% |
- |
- |
- |
3 |
100% |
Appare evidente, quindi, che la % di coincidenze nelle entrate in ipo¬ termia passa da valori prossimi al 50% nei primi e negli ultimi mesi del Periodo sensibile, a valori nettamente superiori nei mesi più freddi.
3.3.2. Ipotermia
Il fenomeno di ipotermia si manifesta più volte durante il Periodo sen¬ sibile ed ogni volta con durata variabile da poche ore ad un paio di settimane.
Si riscontrano pure differenze in periodi diversi per lo stesso animale oltre che per animali diversi alla stessa epoca.
Durante questo periodo l’animale, come se dormisse, coricato su un fianco, rimane semiappallottolato nascondendo solo le zampe posteriori. Gli aculei sono drizzati, gli occhi e la bocca sono chiusi ed il rinario è secco. La Tc si mantiene al di sotto dei 21°C oscillando in rapporto alle variazioni della Ta. Il Re è impercettibile e l’unico segno di vita è la respi¬ razione che assume, peraltro, un andamento particolare. Il riccio, infatti, compie un certo numero di atti respiratori intervallati da periodi di appa-
Primi dati sulla biologia e sul comportamento di Erinaceus europaeus, ecc. 59
Grafico A: Frequenza dei giorni trascorsi in ipotermia durante il Periodo sensibile ((esemplare morto il 21 feb. )
TABELLA 6
Numero e % dei giorni trascorsi in ipotermia
|
Riccio |
N. 1 |
Riccio |
N. 2 |
Riccio |
N. 3 |
Riccio |
N. 4 |
|
|
N. gg. |
% |
N. gg. |
% |
N. gg. |
% |
N. gg. % |
||
|
Ott. |
2,5 |
8% |
4 |
12,9% |
0 |
0% |
0 |
0% |
|
Nov. |
9,5 |
31,6% |
13,5 |
45% |
3 |
10% |
4 |
13,3% |
|
Die. (*) |
6 |
37,5% |
8,5 |
53,1% |
0 |
0% |
5 |
31,2% |
|
Gen. |
22 |
71% |
19 |
61,3% |
25 |
80,7% |
28,5 |
92% |
|
Feb. |
13 |
44,8% |
13 |
44,8% |
17 |
80,9% |
21,5 |
74,1% |
|
Mar. |
9 |
29% |
10 |
32,3% |
- |
- |
12 |
38,7% |
|
Apr. |
1 |
3,3% |
2 |
6,6% |
- |
- |
3 |
10% |
|
63 |
17,2% |
70 |
19,1% |
45 |
12,3% |
74 |
20,2% |
(*) Ci si riferisce solo al periodo: 1/XII-16/XII.
60 G. Gustato, P. Pedata e S. del Gaudio
rente apnea lunghi da V a 30’; la durata più frequente è compresa, comun¬ que, tra i 5’ ed i 10’.
Per tutta la durata dell’ ipotermia l’animale non reagisce ad alcun rumore, anche se forte, e si chiude completamente, e solo per pochi istanti, solo se toccato.
Durante il Periodo sensibile la % dei giorni in un mese trascorsi dall’animale in ipotermia passa dallo 0% in ottobre (riccio n. 3 e n. 4) al 92% in gennaio (riccio n. 4) (tab. 6 e grafico A).
3.3.3. Uscita dalVipotermia
Questa fase che segue ogni ipotermia e precede ogni normotermia del Periodo sensibile dura circa 90’.
L’animale si apre lentamente e rilassa gradualmente gli aculei del capo.
Gran parte di questa fase è caratterizzata da forti tremiti e da una respirazione affannosa: circa 90 atti/l’ mentre il ritmo cardiaco non è diverso rispetto al periodo di normotermia.
Durante i primi 5’ la Tc aumenta di 1°C e l’animale, pur rimanendo immobile, muove il rinario che insieme con le narici si presenta, ora, umido; non reagisce, peraltro, ad alcuno stimolo.
Solo dopo circa 45’ quando la Tc dai valori di profonda ipotermia è salita di 8-10° C E. europaeus apre gli occhi.
Subito dopo scompaiono i tremori ed il riccio resta immobile per 2’ o 3’ con gli occhi sbarrati. Da questo momento reagisce attivamente ai rumori appallottolandosi; dopo altri 45’ l’animale, raggiunta la normoter¬ mia, è normalmente attivo.
Sono state osservate in totale 103 uscite dall’ipotermia (tab. 7).
TABELLA 7
|
Uscite |
dall’ipotermia |
nei |
diversi |
mesi |
||||
|
Riccio N. |
ott. |
Nov. |
Die. |
Gen. |
Feb. |
Mar. |
Apr. |
Totale uscite |
|
1 |
2 |
8 |
5 |
6 |
8 |
6 |
1 |
36 |
|
2 |
2 |
5 |
4 |
7 |
6 |
6 |
1 |
30 |
|
3 |
0 |
3 |
0 |
7 |
2 |
12 |
||
|
4 |
0 |
2 |
4 |
4 |
6 |
7 |
1 |
24 |
|
103 |
Primi dati sulla biologia e sul comportamento di Erinaceus europaeus, ecc. 61
L’analisi quantitativa sul totale evidenzia che nel 47% dei casi - 48 uscite dall’ipotermia - il fenomeno si è verificato contemporaneamente per 2, 3 o 4 esemplari.
Le coincidenze delle uscite dall’ipotermia (tab. 8) esaminate nei diversi mesi, considerando insieme i diversi esemplari, non consentono generalizzazioni, pur se si riscontra un picco di coincidenze massimo in marzo (63,1%).
TABELLA 8 Uscite dalPipotermia
|
Totali |
Coincidenti |
Coincidenti per |
Non coincidenti |
|||||
|
N. % |
4 ricci |
3 ricci |
2 ricci |
N. % |
||||
|
ott. |
4 |
0 |
0% |
4 |
100% |
|||
|
Nov. |
18 |
4 |
33,3% |
- |
- |
2 |
14 |
66,7% |
|
Die. |
13 |
7 |
53,8% |
- |
1 |
2 |
6 |
46,2% |
|
Gen. |
24 |
12 |
50% |
- |
- |
6 |
12 |
50% |
|
Feb. |
22 |
9 |
31,8% |
- |
1 |
3 |
13 |
68,2% |
|
Mar. |
23 |
12 |
63,1% |
-- |
2 |
3 |
11 |
36,9% |
|
Apr. |
3 |
0 |
0% |
- |
— |
- |
3 |
100% |
È opportuno evidenziare che l’animale impiega per entrare nell’ipoter¬ mia un tempo pari ad 1/3 di quello richiesto per uscirne: i processi di ter¬ mogenesi rispetto a quelli di termodispersione, risultano più lenti in coe¬ renza con i principi biochimici in quanto si svolgono in un medium a T più bassa.
La termogenesi nella fase di uscita, oltre che in assenza di brividi (W. Wuennenberg , G. Merker, K. Bruck, 1974) può essere accompagnata da tremori, evidenti con notevole incidenza nelle nostre osservazioni, che scuotono l’intero animale.
Ciò testimonierebbe, quindi, la presenza di S.T. (shivering thermoge- nesis) durante la fase di uscita.
L’uscita dall’ultima ipotermia, avvenuta anch’essa secondo lo schema sopra descritto, si è verificata per tutti gli animali in aprile ed ha concluso il Periodo sensibile.
62 G. Gustato, P. Pedata e S. del Gaudio
3.3.4. Periodo di normotermìa
Tale fase è discontinua durante il Periodo sensibile in quanto è pre¬ sente solo nell’intervallo di tempo tra una uscita dall’ipotermia e la succes¬ siva entrata (tab. 9) mentre è continua fuori dal Periodo sensibile e costi¬ tuisce, pertanto, una caratteristica costante del Periodo attivo.
In entrambi i casi si riscontrano analoghi valori di Tc, Rr, Re, oltre ad alcune identità di comportamento.
TABELLA 9
Numero e % dei giorni trascorsi in normotermìa durante il Periodo sensibile
|
Riccio |
N. 1 |
Riccio |
N. 2 |
Riccio |
N. 3 |
Riccio |
N. 4 |
|
|
N. gg. |
% |
N. gg. % |
N. gg. |
% |
N. gg. |
% |
||
|
Ott. |
28,5 |
92% |
27 |
87,1% |
31 |
100% |
31 |
100% |
|
Nov. |
20,5 |
68,4% |
16,5 |
55% |
27 |
90% |
26 |
86,7% |
|
Die. (*) |
10 |
62,5% |
7,5 |
46,9% |
16 |
100% |
11 |
68,7% |
|
Gen. |
9 |
29% |
12 |
38,7% |
6 |
19,3% |
2,5 |
8% |
|
Feb. |
16 |
55,2% |
16 |
55,2% |
4 |
19,1% |
7,5 |
25,9% |
|
Mar. |
22 |
71% |
21 |
67,7% |
- |
- |
19 |
61,3% |
|
Apr. |
29 |
96,7% |
28 |
93,4% |
- |
27 |
90% |
|
|
135 |
36,9% |
128 |
35,0% |
84 |
23,0% |
124 |
33,9% |
(*) Ci si riferisce solo al periodo: 1/XII-16/XII.
Gli animali in normotermia durante il Periodo sensibile esplicano tutte le normali attività vitali mostrando, però, notevole «irritabilità»: rea¬ giscono, infatti, prontamente, appallottolandosi anche al più piccolo rumore.
Ringraziamenti
Un particolare ringraziamento al Sig. Guido Ferraioli che ci ha fornito gli animali.
Primi dati sulla biologia e sul comportamento di Erinaceus europaeus, ecc. 63
BIBLIOGRAFIA
Herter, K., 1938 - Die Biologie der europaischen Igei. Kleintier U. Pelrtier Leipzig 14 Hft. 6.
Kristofferson, R., Soivio, A., 1964 - Hibernation in thè hedgehog (E. europaeus L.). The periodicity of hibernation of indisturbed animals during thè winter in a Con¬ stant ambient temperature. Ann. Acad. Sci. Fenn. (Ser. A IV) 80. Wuennenberg, W., 1974 - Do corticosteroids control heat production in hibernators? Merker, G. - Pfluegers Arch. Eur. J. Physiol. 352 (I).
Bruck, K.
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 65-71, figg. 2, tab. 1
Effetto della castrazione e del diidrotestosterone (DHT) sulla malato-deidrogenasi ipotalamica nel topo maschio (*)
Nota dei soci Bruno Varriale(**), Mario Milone (**) e Giovanni Chieffi(***)
(Tornata del 26 giugno 1981)
Riassunto . - In questa nota vengono riportati i dati relativi alle modificazioni dell’attività della malato-deidrogenasi (MDH) nell’ipotalamo di maschi adulti di Mus musculus domesticus in seguito a castrazione e a trattamento con diidrotestosterone (DHT). Tali modificazioni interessano sia la frazione mitocondriale che quella cito¬ plasmatica dell’enzima.
Abstract. - The authors have shown some modifications of thè malate-dehydro- genase (MDH) activity in thè male mouse hypothalamus after castration and dihy- drotestosterone (DHT) treatment. These modifications involve both thè mithocon- drial and cytoplasmic fractions of thè enzyme.
Introduzione
L’attività della malato-deidrogenasi (MDH) viene solitamente utiliz¬ zata come indice dell’attività metabolica cellulare. L’enzima ha un peso molecolare di circa 70.000 (Thorne and Kaplan, 1963) con due subunità da 35.000 (Devenyi et al ., 1966). È presente sia nei mitocondri che nel citoplasma, rappresentato da più forme isoenzimatiche (Kitto et al. , 1966; Kun et al , 1966; Kulick et al., 1968).
(*) Lavoro eseguito nell’ambito del Progetto finalizzato del C.N.R. «Biologia della riproduzione».
(**) Istituto e Museo di Zoologia, Università di Napoli - Via Mezzocannone, 8.
(***) I Cattedra di Biologia e Zoologia generale, Università di Napoli - Via Mez¬ zocannone, 8.
66 B. Varriale , M. Milane e G. Chieffi
Le modificazioni della malato-deidrogenasi sono state studiate, tra l’altro, anche negli organi sessuali accessori e nel sistema ipotalamo- ipofi sano di varie specie di Vertebrati.
Iela et al (1974), Milone et al (1975) hanno dimostrato che nel sistema ipotalamo-ipofisario di Rana esculenta la castrazione, la cattività e la somministrazione di steroidi influenzano fattività della MDH Luine et al. nel 1974 hanno osservato un aumento dell’attività della MDH nell* ipo¬ talamo di femmine di ratto castrate e trattate con estradiolo 17(5 benzoato. Successivamente Milone et al. (1981) hanno riscontrato delle variazioni quantitative e qualitative della MDH nelfipotalamo di femmine di topo durante il ciclo estrale.
Nel quadro delle nostre ricerche sulla fertilità del topo abbiamo intra¬ preso uno studio sugli eventuali rapporti tra androgeni e attività della MDH nelfipotalamo di maschi adulti di Mas musculus domesticus.
Materiali e metodi
Sono stati utilizzati 40 maschi adulti di Mus musculus domesticus , divisi in quattro gruppi sperimentali.
Il primo gruppo è stato adoperato come controllo; il secondo è stato sotto¬ posto a castrazione. A ciascun animale del terzo gruppo, dieci giorni dopo castrazione, è stato somministrato per via intraperitoneale diidrotestosterone (DHL) (50pg/d) per quindici giorni. Al quarto gruppo, dieci giorni dopo castrazione, è stata somministrata una dose giornaliera di DHT (50 pg) e di acetato di ciproterone (CPA) (0,5 mg) per animale per quindici giorni.
È stato impiegato il DHT in quanto è questo il metabolita del testoste¬ rone che, nei Mammiferi, mostra la maggiore incorporazione a livello ipo- la! ar.ru co (Lieberburg et al. , 1977).
Le tecniche usate per il dosaggio dell’attività enzimatica e per l’analisi elettroforetìca della MDH sono state da noi precedentemente descritte (Milone et al. , 1981).
Risultati e discussione
L’analisi dell’attività enzimatica mette in evidenza variazioni significa¬ tive nei vari grappi sperimentali considerati (Tab. I). Nei controlli osser¬ viamo un rapporto di 2:1 tra attività mitocondriale e citoplasmatica dell’ en¬ zima; con la castrazione aumenta fattività totale e in particolare fattività della frazione citoplasmatica. Il trattamento dei castrati con DHT riporta fattività ai valori dei controlli sia per quanto riguarda fattività totale che
Effetto della castrazione e del diidrotestosterone, ecc. 67
per quella citoplasmatica, mentre la frazione mitocondriale era e rimane invariata. Il trattamento dei castrati con DHT e CPA evidenzia un compor¬ tamento particolare: l’attività totale resta pressocché invariata rispetto ai castrati, mentre si modificano le attività nelle singole frazioni. Infatti, l’atti¬ vità mitocondriale diminuisce notevolmente, mentre la citoplasmatica si raddoppia in seguito a tale trattamento.
|
Gruppi di a n i m a 1 i Att i vita . dell’MDH |
intatti |
cast rati |
c a st rat i + DHT |
castrati + DHT+CPA |
|
totale |
1 8 5 ± 8 |
234 ±11 |
| : 1 70± 6 |
209 ± 9 |
|
mitocondriale |
1 1 8 db 8 |
110 ±7 |
1 09± 6 |
74 ± 4 |
|
ci toplasmatica |
6 0 ± 3 |
114 ±6 |
56 ±3 |
1 2 0 ± 7 |
Tab. 1. - Attività dell’MDH (pM NADH formato/pg di Prot./l min.) totale e fra¬ zionata nell’ ipotalamo nei vari tipi di trattamento.
Passando all’analisi dei dati elettroforetici, osserviamo che il pattern isoenzimatico della MDH mitocondriale (Fig. 1) mette in evidenza cinque forme: «A» (r.f. 0,04), «B» (r.f. 0,12), «C» (r.f. 0,35), «D» (r.f. 0,52) ed «E» (r.f. 0,63). Queste forme le ritroviamo in tutti i gruppi sperimentali con differenze di tipo quantitativo. La castrazione provoca delle variazioni di tutte le bande osservate rispetto ai controlli, con un aumento delle bande «A», « B », «D» ed «E» e una diminuzione della « C ». Il profilo dei castrati trattati con DHT si rifà al profilo dei controlli. Nei castrati trattati con DHT e CPA si ottiene un profilo che si avvicina a quello dei castrati.
11 pattern isoenzimatico della MDH citoplasmatica (Fig. 2) evidenzia tre forme: «A» (r.f. 0,04), «C» (r.f. 0,35) e «D» (r.f. 0,52). Queste sono, probabilmente, le stesse che ritroviamo nel mitocondrio, in quanto presen¬ tano oltre che la mobilità anche le medesime modificazioni in seguito al trattamento sperimentale. Anche nella frazione citoplasmatica notiamo delle variazioni di tipo quantitativo. La castrazione porta a un aumento
68 B. Varriaie , M. Milane e G. Chieffi
Fig. L - Profili elettroforetici delFMDH mitocondriale nei vari tipi di trattamento.
Effetto della castrazione e del diidrotestosterone, ecc. 69
in
n
d
Fig. 2. - Profili elettroforetici dell’MDH citoplasmatica nei vari tipi di trattamento.
70 B. Varriale, M. Milone e G. Chieffi
delle bande «A» e «D» e a una diminuzione della «C» rispetto ai con¬ trolli. Il trattamento con DHT riporta il profilo di questo gruppo al profilo dei controlli, come avviene per la forma mitocondriale. Le modificazioni a seguito del trattamento con DHT e CPA mostrano anche in questo caso una certa somiglianza con quelle osservate nei castrati.
In base ai dati raccolti si può ritenere che l’attività della MDH sia mitocondriale che citoplasmatica venga modulata dagli androgeni. Infatti, la castrazione avrebbe un effetto catabolico sulla MDH con conseguente aumento della frazione citoplasmatica, la quale non svolge nel citoplasma il ruolo fondamentale devoluto al mitocondrio nel ciclo di Krebs. Nel nostro caso, pertanto, la marcata diminuzione dell’attività a livello citoplas¬ matico, conseguente al trattamento con DHT, può avere come significato una maggiore disponibilità dei prodotti del ciclo di Krebs e quindi un mag¬ giore tasso di energia a livello cellulare.
Il possibile ruolo svolto dal CPA, invece, potrebbe essere quello ben noto di competizione con il DHT a livello dei recettori per quest’ultimo con conseguente diminuzione della sintesi della frazione mitocondriale della MDH.
Il ruolo svolto dagli androgeni sulla funzione ipotalamica è suffragato dagli esperimenti di Lieberburg et al. (1977) che hanno notato, nel ratto, una notevole incorporazione di DHT a livello ipotalamico. Inoltre, Denef et al. (1973) hanno dimostrato, sempre nel ratto, l’importanza del DHT e dei dioli nell’ipotalamo per quanto riguarda l’attività secernente dell’ipofisi e il successivo rilascio di gonadotropine.
Gli AA. ringraziano il sig. Raffaele Auriemma per l’apporto tecnico e le cure nell’allevamento.
BIBLIOGRAFIA
Denef C., Magnus C. and Me Ewen B. S. - Sex differences and hormonal control of testosterone metabolism in rat pituitary and brain. J. Endocrinol., 85, 605 (1973).
Devenyi T., Rogers S. G. and Wolfe R. G. - Structural studies of pig heart malate dehydrogenase. Nature, 210, 489 (1966).
Iela L., Milone M. and Rastogi R. K. - Effect of testes removai and androgen repla- cement therapy on enzyme levels in hypothalamus and pituitary of frog. Experien- tia, 30, 868 (1974).
Kjtto G. B., Wassarman P. M., Michjena J. and Kaplan M. - Multiple forms of mi- thocondrial malate dehydrogenase. Bioch. Biophys. Res. Comm., 22, 75 (1966).
Effetto della castrazione e del diidrotestosterone, ecc. 71
Kulick R. J. and Barnes F. W, - Heterogeneity of supernatant malate dehydrogenase . Bioch. Biophys. Acta, 167, 1 (1968).
Kun E. and Volfin P. - Tissue specifìcity of malate dehydrogenase isozymes. Kinetic discrimination hy oxalacetate and its mono- and di-fluoro analogues. Bioch. Biop¬ hys. Res. Comm., 22, 187 (1966).
Lieberburg I., Maclusky N. J. and Me Ewen B. S. - 5a-dihydrotestosterone (DHT) receptors in rat brain and pituitary celi nuclei. Endocrinology, 100, 598 (1977).
Luine V., Khylcheskya R. and Me Ewen B. S. - Oestrogen effeets on brain and pitui¬ tary enzymes activity. Neuroch., 23, 925 (1974).
Milone M., Rastogi R. K. and Iela L. - Cyclic changes in thè enzymes activity of hypothalamo-hypophyseal System of thè frog, Rana esculenta. Gen Comp. Endo- crin., 62, 107 (1975).
Milone M., Greco M., Varriale B. e Basile C. - La malato-deìdrogenasi ipotala¬ mi ca durante il ciclo estrale di Mus musculus domesticus. Rend. Acc. Se. Fis. e Mat. della Soc. Naz. di Se. Lett. e Arti in Napoli, 47, 123 (1981).
Thorne C. J. R. and Kaplan M. - Physiochemical properties of thè pig and borse heart mithocondrial malate dehydrogenase. J. Biochem., 238, 1861 (1963).
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 73-81, figg. 5
Primo tentativo di ricostruzione della morfologia del basamento rigido umbro-marchigiano tra il L. Trasimeno e la dorsale M. Nerone - M. Catria
Nota del socio Eros Pinna (*) e di Giacomo Giannessi
(Tornata del 30 ottobre 1981)
Introduzione
L’area in esame è una fascia di appennino Umbro, lunga circa cento chilometri e larga una cinquantina, che si estende dal lago Trasimeno fino alPallineamento Pianello Fossato di Vico-Nocera Umbra. In questa zona si ritrovano in affioramento le formazioni della serie Umbro Marchigiana, dal calcare cavernoso alla formazione marnoso arenacea. Queste sono defor¬ mate in pieghe vergenti ad ENE con asse generalmente di direzione NE- SO. Il movimento sembra non abbia interessato il basamento cristallino che appare deformato rigidamente; si ritiene cioè che lo scollamento sia avvenuto a livello delle evaporiti, attraverso un tipico meccanismo di tetto¬ nica di copertura. L’area presenta alla sua estremità occidentale un alto strutturale, che ha la sua culminazione nella zona M. Acuto, M. Malbe, M. Tezio e mostra in affioramento terreni dal trias sup. all’oligocene sup. (cal¬ care cavernoso - scaglia cinerea), (Dessau, 1962; Centamore et al., 1972; Dallan e Nardi, 1972; De Candia e Giannini, 1977).
Metodo di lavoro
Obiettivo delle ricerche è la ricostruzione della morfologia della super¬ ficie di separazione «basamento -copertura», e di quella del top delle serie carbonatiche, attraverso lo studio delle isoanomale di Bouguer. È stata uti-
(*) Osservatorio Vesuviano, Ercolano, Napoli e Laboratorio di Geologia Nu¬ cleare, Università, Pisa.
74 E. Pinna e G. Giannessi
lizzata una carta delle isoanomale di Bouguer, in scala 1:100.000, eseguita dalla fondazione ing. C. M. Lerici per conto dell’AGIP. Ai fini dell’applica- zione del metodo gravimetrico consideriamo siano presenti tre unità, indi¬ viduate sulla base del loro comportamento cinematico e della loro densità. Si sono distinte:
- una unità a letto costituita dal «basamento cristallino», dal suo eventuale tegumento e da una parte dello strato evaporitico; il tutto carat¬ terizzato dallo stile rigido di deformazione;
- una unità di «copertura», meno densa del «basamento», compren¬ dente la serie Umbro Marchigiana e la parte restante delle evaporiti;
- una unità a tetto costituita da «sedimenti clastici» terziario - quater¬ nari, meno densi delle unità sottostanti.
Relativamente alla natura del livello evaporitico è necessaria una breve precisazione:
I dati geologici noti non permettono di stabilire con sicurezza quanto dello strato evaporitico sia costituito da gesso e quanto da anidrite. In uno studio gravimetrico la distinzione è fondamentale perché, come è noto, le anidriti sono più dense dei gessi. Nel presente caso tuttavia, la mancanza di questa informazione non è determinante. Infatti, come è stato precisato sopra, lo strato evaporitico viene suddiviso fra la «copertura plastica» ed il «basamento rigido», per cui i contrasti di densità, che vengono utilizzati per il calcolo dell’effetto gravimetrico, in prima approssimazione non dipendono dal valore di densità delle anidriti.
Sulla base dei parametri di elasticità forniti da prospezioni sismiche effettuate nella zona (Scarascia, 1979) sono stati attribuiti alle unità in esame i seguenti valori di densità:
- 2.3 g/cc per i «sedimenti clastici»;
- 2.6 g/cc per la «copertura plastica»;
- 2.8 g/cc per il «basamento rigido».
Le superfici separanti tali unità rappresentano quindi delle disconti¬ nuità nella densità dei materiali (con tale termine verranno sempre indivi¬ duate in seguito con la specificazione di prima e seconda per quella più superficiale e per quella più profonda).
Nelle carte gravimetriche del Bouger fornite dall’ AG IP e dal modello strutturale d’Italia, rispettivamente in scala 1:500.000 e 1:1.000.000, sono state riconosciute mediante analisi spettrale componenti di lunghezza d’onda diversa, che possono essere distinte dai tagli di 215 km., 90 km. e 30 km.; queste componenti si ritengono causate dalle strutture più pro¬ fonde (Pinna e Rapolla, 1979).
Primo tentativo di ricostruzione della morfologia, ecc. 75
Utilizzando poi il rilievo di dettaglio in scala 1:100.000 sono state indi¬ viduate lunghezze d'onda discriminate dal taglio di 7 km. Le lunghezze d’onda inferiori ai 7 km. e quelle comprese fra 7 km. e 30 km. sono state attribuite alle strutture crostali più superficiali.
L’effetto a più alta frequenza nelle anomalie gravimetriche residue risulta connesso con il passaggio sedimenti elastici-copertura prevalente¬ mente carbonatica; esso è controllato geologicamente, in quanto si riscon¬ trano valori nulli dell’anomalia approssimativamente in corrisponenza degli affioramenti della serie carbonatica, e anomalie negative di entità crescente all’approfondirsi di detta serie. L’effetto con lunghezza d’onda compreso fra 7 km. e 30 km. appare collegabile con la seconda discontinuità.
Sono stati inoltre utilizzati come controllo dei modelli quantitativi di interpretazione, gli elementi forniti dalle stratigrafie dei pozzi esistenti ed in particolare Buranol, Perugia2, Fossombronel. Il primo attraversa la serie carbonatica e si arresta nelle evaporiti ad una profondità di 2478 m, il secondo raggiunge a “1074 m degli argillocistici sericitici e cloritici con lenticelle quarzoso anidritiche (AGIP mineraria 1960), che, qualora non rappresentino il basamento cristallino, indicano tuttavia il superamento dello stato evaporitico, e danno quindi informazioni sulla profondità del basamento stesso. Fol raggiunge i -1946 m restando nelle evaporiti, indi¬ cando insieme al dato Bui l’approfondimento verso est del basamento. La separazione dell’anomalia gravimetrica residua nelle componenti dovute alle due discontinuità in esame è avvenuta mediante l’uso di «filtri lineari digitali non recursivi ».
L’operazione di filtraggio come la interpretazione quantitativa è stata effettuata mediante programi di calcolo automatico (Carrara et al., 1974).
Interpretazione quantitativa delle anomalie gravimetriche
L’interpretazione viene effettuata mediante modelli bidimensionali che hanno il pregio di non definire a priori (Corrado et al., 1974) la forma dei corpi perturbanti. Essendo il trend delle principali strutture lineare (fig. 1), l’interpretazione è effettuata su profili perpendicolari a tale trend (fig. 2 e 3). Si impone che il profilo della poligonale rappresenti un contrasto di densità Ap = 0.3 g/cc nel calcolo del modello relativo alla prima disconti¬ nuità; un contrasto Ap = 0.2 g/cc per la seconda discontinuità.
Il calcolo dell’effetto dovuto a tali poligoni viene ripetuto, cambiando ogni volta le coordinate dei vertici fino ad ottenere un ottimo accordo tra i valori gravimetrici calcolati e quelli osservati. Utilizzando i dati dei modelli
76 E. Pinna e G. Gian nessi
Fig. 1 - Carta gravimetrica residue. È stata ottenuta mediante sottrazione delle componenti con lunghezza d’onda À > 90 km.
Primo tentativo di ricostruzione della morfologia, ecc. 77
Fig. 3 - Interpretazione gravimetrica della sezione B tracciata nella figura 1.
78 E. Pinna e G. Giannessi
Fig. 4 - Morfologia della «copertura carbonatica» ottenuta dalle componenti gravi- metriche ad alta frequenza (À < 7 km).
Primo tentativo di ricostruzione della morfologia, ecc. 79
Fig. 5 - Morfologia del «basamento cristallino» ottenuta dalle componenti gravi- metriche con lunghezza d’onda intermedia (7 km > À < 30 km).
80 E. Pinna e G. Giannessi
si è potuto ricavare l’andamento delle due discontinuità (figg. 4 e 5). La prima (fig. 4) presenta una grande struttura rilevata nella parte centrale, che ha il suo massimo negli affioramenti della serie carbonatica nei din¬ torni di Perugia. La superficie si approfondisce poi fino a 1800 m sul lato orientale del lago Trasimeno. Immediatamente ad est del fiume Tevere la prima discontinuità presenta un minimo di -900 m; ancora più ad oriente tale superficie risale mantenendo una profondità pressoché costante di 200-300 m. La seconda discontinuità (fig. 5) ha ad occidente un anda¬ mento simile a quello della superficie a tetto: è profonda 2200 m presso il lago Trasimeno, e sale fino a -1100 m presso Perugia. Procedendo verso est essa tende ad approfondirsi fino a 2200 m nella sua estremità più orien¬ tale dell’area studiata. A questa discesa si accompagna un inspessimento della copertura rilevata anche dai dati dei pozzi esistenti.
Conclusioni
Questo lavoro rappresenta un primo tentativo di ricostruzione delle isobate del basamento Umbro Marchigiano in un’area specifica. La scelta dell’area è stata dettata dalla disponibilità di carte gravimetriche di suffi¬ ciente dettaglio.
I risultati si rivelano pienamente soddisfacenti; ad esempio lo scarto tra le profondità note del top carbonatico e quelle calcolate è contenuto in 300 m, ed in generale non è superiore ai 150 m. Le linee di ricerca future saranno indirizzate, da un lato, ad ottenere maggiori dettagli nell’area ana¬ lizzata, cercando di calcolare l’effetto dello squeezing delle evaporiti al nucleo delle anticlinali; e dall’altro alla ricostruzione regionale dell’anda¬ mento del «basamento rigido» nell’intero appennino Umbro Marchigiano.
BIBLIOGRAFIA
Carrara E., Jacobucci F., Pinna E., Ra polla A., 1974 - Interpretation of gravity and magnetic anomaiies near Naples, Italy, using computer tecniques. Bullettin Vulca- nologique Tome, XXXVI II -2, pp. 1-10.
Centamore G., Jacobacci A., Martelli G., 1972 - Modello strutturale Umbro Mar¬ chigiano (correlazioni possibili con le regioni adiacenti). Boll. Geol. d’Ital., Voi. XCIII, pp. 1-64.
Corrado G., Jacobucci L., Pinna E., Rapolla. A., 1974 - Anomalie gravimetriche e magnetiche e strutture crostali dell’Italia centro meridionale. Boll. Geof. Teor. e App., Voi. XVI n. 64, pp. 271-291.
Primo tentativo di ricostruzione della morfologia, ecc. 81
Dallan L., Nardi R., 1972 - Schema stratigrafico e strutturale delVAppennino setten¬ trionale. Mem. Acc. Lunigianense di scienze «G. Capellini», Voi XLII, pp. 106-
119.
Decandia F. A., Giannini E., 1977 - Studi geologici nelVAppennino Umbro Marchi¬ giano. Evidenze di due fasi tettoniche a S. E. di Spoleto (Perugia). Soc. Geol. It. Voi., XCVI, pp. 713-723.
Decandia F. A., Giannini E., 1977 - Studi geologici nelVAppennino Umbro Marchi¬ giano. Le scaglie di copertura. Boll. Soc. Geol. It, Voi. XCVI, pp. 723-734.
Decandia F. A., Giannini E., 1977 - Studi geologici nelVAppennino Umbro Marchi¬ giano. Tettonica della zona di Spoleto. Boll. Soc. Geol. It., Voi. XCVI, pp. 735- 827.
Dessau G., 1962 - Geologia del M. Malbe nel quadro dei massicci mesozoici del Peru¬ gino. Boi. Soc. Geol. It, Voi. LXXXI, pp. 225-315.
Manfredini M., Mangannelli V., 1969 - Alcune considerazioni sulla tettonica del Varca di facies Umbra (Appennino centrale). Mem. Soc. Geol. It., Voi. Vili, pp. 1015-1026.
Harbaugh J. W., Salem B. B., Abry C. G., Cricholow B. B., 1976 - Interactive CRT display of Bouguer gravity models in computer assisted instruction in geology.,- Computer Geosciences. Voi. 2, pp. 69-106.
Ogniben L., Parotto M., 1975 - Structural model of Italy. CNR, Quad Rie. Scient., Voi. 90.
Pinna E., Rapolla A., 1979 - Strutture crostali nell’Italia meridionale da dati gravi- metrici. Contr. prel. sorv. e ris. vulc., Prog. Fin. Geod., Pub. 235, pp. 60-76.
Scarascia S., 1979 - Progetto finalizzato di geodinamica: gruppo grandi profili sismici (mod. strutt .) profilo Corsica Elba Ancona.
Servizio Geologico AGIP Mineraria Settore Umbria Lazio 1959 agg. 1960 - Can¬ tiere Perugia pozzi I e IL
Boll. Soc. Natur. Napoli
voi. 90, 1981, pp. 83-97, fig. 1, tabb. 5
Short-range forecasting of inputs required by diffusive models(1)
Nota dei soci Giovanni Adiletta (*), Adriano Mazzarella (**), Antonino Palumbo (***) and Pio Vittqzzi (***)
(Tornata del 27 novembre 1981)
Riassunto. - Per la previsione della concentrazione degli inquinanti dell’aria al suolo si possono utilizzare i modelli diffusionali con la introduzione di valori pre¬ visti delle emissioni e dei parametri ambientali. Il presente lavoro mostra l’alto livello di significatività della previsione di questi ultimi ottenibile mediante un modello climatologico articolato per mese e tipi di tempo. Accertato in primo luogo che 4 tipi di tempo per mese, scelti in ordine al carattere diffusivo dell’atmosfera, coprono tutto l’arco dell’anno, vengono esposti i criteri adottati per la loro previ¬ sione. Per ciascuno di essi sono stati poi determinati i cicli giornalieri di tutti gli INPUTS ambientali richiesti dagli ordinari modelli diffusionali. Si dimostra infine che con la scelta del tipo di tempo e l’ingresso nelle predisposte tabelle mensili dei residui orari si è in grado di prevedere, con un indice di confidenza dello 0,95, i dati ambientali fino a 20 ore successive e quindi estendere la validità del modello diffu¬ sionale al campo delle previsioni.
Summary. - All available models describe concentration as a function mainly of meteorological INPUTS. This paper shows a viable alternative to normal practice for short-range forecasting of these INPUTS. Extensive data from Naples of such INPUTS have been analysed and found to show highly significant predictable short- range variations strongly related to weather types. The dominance of such variations for each month and weather type enables predictions of these INPUTS to be made over 20 hours ahead at 0.95 level of significance.
(1) Research supported by thè Consiglio Nazionale delle Ricerche - Programma
Finalizzato «Promozione della qualità dell’ Ambiente-Aria».
(*) Direzione SPT ENEL Compartimento di Napoli.
(**) Istituto per l’Applicazione della Matematica del CNR, Napoli.
(***) Istituto di Geologia e Geofisica, Università di Napoli
84 G. Adiletta, A. Mazzarella, A. Palumbo and P. Vìttozzi
INTRODUCTION
In major metropolitan areas there is a growing interest in short-range forecasting of pollutant ground level concentration. When concentrations are high, a resulting decrease in respiratory efficiency and an impaired ability to transport oxygen through thè blood may be health hazards for individuals with pre-existing respiratory and coronary artery disease (pro- ceedings of Congresso Internazionale di Biologia, Napoli, 1982). In polluted areas there is thus a need for warnings to thè generai public so that sensi¬ tive individuals can take necessary precautions. Since thè ground level con¬ centration of an air pollutant mainly depends on weather parameters, it fol- lows that forecasting thè latter helps prediction of thè former. Either a phy- sical or a statistica! approach ca be employed. While thè first is thè most logicai and naturai approach, it lacks a detailed understanding of micro- meteorological processes occurring on locai basis. The second approach, which will be considered bere, is to model thè locai microclimate by means of statistical analysis of existing data. It is worth noting that often, as in this case, thè statistical approach provides more accurate predictions and is always applicable to other localities.
Palumbo and Mazzarella (1981) have shown that use of a climatologi- cal model provides more accurate short-term forecasts of thè meteorologi- cal INPUTS required by diffusive models which, in turn, increase thè signi- ficance level of thè forecast ground level concentration of pollutants. It will be shown here that thè climatological diurnal cycles of thè meteorological INPUTS are strongly related to weather types and that a short-range forecast¬ ing of thè latter allows a more realistic forecast of weather INPUTS. The crite- rion followed for weather type classification is reported in Section 1, while that for their short-range forecasting is reported in Section 2. Moreover diurnal behaviours of thè residuals of meteorological INPUTS around thè mean daily curve, computed at 0.99 level of significance for each month and weather type, are reported in Section 3 together with a practical guide for thè application of thè model. The effectiveness of this model in short-range forecasting of pollut¬ ant ground level concentration will be analysed in another paper.
Section 1 Data collection
The hourly simultaneous series (interval: 1960-1981) of incoming radiation «R» (Watt/m2), wind speed «W» (m/sec), cloud-amount «CA»
Short-range fo recasting of INPUTS requi red by diffusive model s 85
(0-10 tenth), screen temperature «T» (°C) recorded in Naples (40° 8’ N, 14° 3’ E) at thè meteorological observatory of thè Institute of Geology and Geophysics were analysed. Hourly values of all meteorological variables were checked for gross errors by plotting.
Weather type : Classification
Urbani (1968) showed that there is a limited number of weather types in thè Tyrrhenian area while Palombo (1979) showed that thè city of Naples acts as a climatic stabilizer Le. reveals a proper microclimate which does not vary substantially when thè city is invaded by similar weather types; therefore thè number of significanti different weather types in Naples is very limited. Since w e are dealing with thè dispersion of air pol- lutant, weather types will be classified here according to thè parameters that influence dispersion.
The diffusive character of thè atmosphere depends on both buoyancy arising from thè vertical heat-flux «H» and on mechanical mixing due to thè wind.
For cairn and light winds, thè weather has been classified according to values of H since thermal convection is prevalent on mechanical mixing due to W.
For moderate winds both buoyancy flux and mechanical mixing influ¬ ence dispersion. Palombo (1966) showed that thè sea-breezes in Naples represent 90% of moderate winds so that thè former will be studied in thè present statistica! approach. Since mechanical mixing due to thè intensity of sea-breezes depends on thè vertical heat flux, thè weather type for moderate winds will be classified according to values of heat flux.
For wind speed greater than 5 m/sec, thè weather has been classified according to values of W since thè mechanical effect is prevalent on that of H. Moreover H is related to R for day-time and to CA for night-time, so thè major parameters influencing thè dispersion of air pollution may be confmed to W, R and CA. It is worth noting that since H is due to soil heating which acts as a thermal stabilizer, it follows that thè possible quick variations in R are smoothed in H.
The values of R and CA were subdivided into 3 monthly homogeneous groups according to their values equal to strong, moderate and slight. Ther¬ mal convection is, in conclusion, responsible for thè following weather types: A = bright, B = broken-cloud, C = cloudly; while mechanical mix¬ ing only is responsible for thè weather type D = neutral. It is well known
86 G. A diletta, A. Mazzarella , A. Palumho and P. Vittozzi
(but we bave also experimented) that R is related to CA for day-time. Since thè same classification of weather types for day-time is obtained when values of CA or R from sunrise to sunset are used. one could more easily use mean daily values of CA for weather type classification regard- less of thè time of day or night.
For practical purposes it is important to determine thè lowest time- limit in years sufficient to provide a statistically stable and reasonable estimate of thè occurrence of thè weather types. This was obtained in Naples from thè analysis of several sets of consecutive years selected ran- domly from thè complete record.
The conclusion of this investigation is that a 2 year record of daily values of R, CA and W represent a minimum record lenght showing a sig- nificance level equal to 0.95.
Section 2
Forecasting of thè weather type based on few initial hours of observation
Since we are dealing with thè forecasting of meteorological IMPUTS that, as we shall see in Section 3, follow diurnal cycles related to weather types, thè practical problem arises of classifying thè weather type from only a few hours of observation.
In case of cairn, light and moderate winds, for thè forecasting of wea¬ ther type A, B, and C, we may confine our interest to hourly values of cloud-amount which, being a continuous time series, may be statistically analysed by ordinary methods of time series.
The harmonic analysis of cloud amount has evidenced significant annual and diurnal cycles. Values of amplitudes, phase angles and vector probable errors (Palumbo and Mazzarella, 1981) are reported on Table 1.
The residuals of cloud amount (obtained by filtering of thè significant cycles) bave been found to be no miai and stationary at thè 0.05 level of significance according to X2 test and run test (Palumbo and Mazzarella, 1982). The computed autocorrelation coefficient was found to differ signifl- cantly from zero for lags up to 24 hours (Fig. 1) demonstrating that thè hourly residuals are noi: completely random but exhibit a persistence so that a major portion of thè variance can be explained in terms of thè Markov model. The dashed line indicates thè standard deviation of thè computed correlation coefficient from thè trae one of an infinite record (Palumbo and Mazzarella, 1982). This means that thè values of residuals
Short-range forecasting of INPUTS required by diffusive models 87
cloud-amount residuals.
88 G. Adiletta, A. Mazzarella, A. Palumbo and P. Vittozzi
TABLE 1
Amplitude (A), vector probable error (vpe) and phase angle (k) for thè annual and diurna 1 wave of cloud amount in Naples
|
Wave |
A (tenth) |
vpe |
k (degrees) |
|
Annual |
1.6 |
0.09 |
o o |
|
Diurnal |
1.0 |
0.06 |
271° |
|
Mean value (tenth) |
= 4.5. |
of CA measured about 24 hours apart are completely independent of one another.
It is important here also to determine thè lowest limit in hours provid- ing a stable and significant estimate of thè value of CA during thè examined 24 hours. Therefore several sets of consecutive hourly values of residuals of CA were selected randomly from thè complete record and related to daily mean value. The conclusion of these tests is that a 4 hour record of hourly values of residuals of CA represents thè minimum value sufficient to provide an estim¬ ate of thè mean daily value of thè residuals of CA at thè 0.95 level
TABLE 2
Seasonal percentages of cairn, moderate and strong winds in Naples
Winter Spring Summer Autumn
|
Cairn |
8 |
11 |
10 |
9 |
|
Moderate |
78 |
84 |
88 |
83 |
|
Strong |
14 |
5 |
2 |
8 |
of significance. This indicates that forecasts are statistically reasonable up to 20 h. Obviously thè significance level increases with thè number of ini- tial set of hourly data; a 12 h record of residuals of CA provides an estimate of thè mean daily value of thè residuals of CA at 0.99 level of significance.
Short-range forecasting of INPUTS required hy diffusive models 89
It has been found that for strong winds, thè probability of forecasting of thè weather type «D » (neutral) is equal to 95% and has validity up to 20 hours ahead when, in thè 24 preceding hours, thè variation of atmosperic pressure was more than 3 mb and thè sea-breeze pattern was destroyed by thè wmd. If thè wind has been flowing for more than 10 hours, thè forecasting of its dura- tion can be performed according to thè statistica! scheme reported on Table 3.
Section 3
Short range forecasting of INPUTS required by diffusive models
a. Winds
Calms
The mean seasonal percentages of calms, reported on Table 2, show a marked diurnal cycle with a maximum at night-time and an equal to zero during sunny hours, except in conditions of overall stability. It has been shown that forecasting probability of cairn in thè t.th day is equal to 90% either when thè mean vaine of atmospheric pressure of thè (t- l).th day is greater than 1011 mb (overall stability) or when pressure variation in thè (t-l).th day is less than 2.5 mb. The forecasting probability increases to 98% when a sea-breeze or a wind less than 2 m/sec. appears for thè whole of thè (t-l).th day.
It is well known that cairn is thè cause of low level nocturnal inver- sions and for thè forecasting of thè latter one can follow thè theoretical model by Anfossi et al. (1976) given by thè formula:
T (z , t) - T (0 , 0) - [T (0 , t) - T (0 , 0)]
Lz I — V/2ercf [ Z 2 \ Kt / L (4Kt)1/2
where T is thè air temperature, z is thè height of thè profile and K is thè heat diffusion coefficient of thè soil and shown to be equal to 3 X IO3 cm/sec. The model allows thè vertical temperature profile to be deduced from screen temperature record T(0,t).
90 G. Adiletta, A. Mazzarella, A. Palumbo and P. Vittozzi
TABLE 3
Distribution of strong winds for direction and duration
|
N NE |
E SE |
s sw |
W NW |
|
|
Percentages |
3 22 |
1 41 |
10 8 |
2 13 |
|
Mean duration |
||||
|
(hours) |
17 22 |
10 24 |
30 19 |
19 18 |
|
4 - 5 |
5 - 6 |
6 - 8 |
> 8 |
|
|
(m/sec.) |
(m/sec.) |
(m/sec.) |
(m/sec.) |
|
|
N |
||||
|
10 - 20 h |
88 |
|||
|
20 - 30 |
- |
|||
|
30 - 40 |
12 |
|||
|
NE |
||||
|
10 - 20 h |
48 |
8 |
8 |
|
|
20 - 30 |
12 |
2 |
2 |
|
|
30 - 40 |
13 |
|||
|
40 - 50 |
2 |
|||
|
>50 |
5 |
|||
|
SE |
||||
|
10 - 20 h |
30 |
12 |
' 10 |
1 |
|
20 - 30 |
11 |
7 |
7 |
1 |
|
30 - 40 |
6 |
2 |
4 |
1 |
|
40 - 50 |
2 |
1 |
1 |
1 |
|
>50 |
2 |
1 |
||
|
S |
||||
|
10 - 20 h |
35 |
13 |
13 |
2 |
|
20 - 30 |
21 |
2 |
5 |
|
|
30 - 40 |
4 |
1 |
4 |
|
|
sw |
||||
|
10 - 20 h |
55 |
5 |
8 |
|
|
20 - 30 |
16 |
2 |
||
|
30 - 40 |
7 |
2 |
||
|
40 - 50 |
5 |
|||
|
W |
||||
|
10 - 20 h |
40 |
18 |
3 |
|
|
20 - 30 ■ |
16 |
10 |
3 |
|
|
30 - 40 |
10 |
|||
|
40 - 50 |
||||
|
NW |
||||
|
10 » 20 h |
72 |
4 |
3 |
|
|
20 - 30 |
14 |
1 |
- |
|
|
30 - 40 |
3 |
1 |
||
|
40 - 50 |
2 |
Short-range forecasting of INPUTS required hy diffusive models 91
Moderate winds
The mean seasonal percentages of moderate winds are reported on Table 2. Since sea-breezes represent 90% of moderate winds (Palombo, 1966) only thè former are examined here. It has been found that thè fore¬ casting probability of sea-breezes in thè tth day is equal to 98% when either thè mean vaine of atmospheric pressure of thè (t- l).th day is great- er than 1004 mb or thè pressure variation in thè (t- l).th day is less than 3 mb. The diurnal cycle of sea-breezes for each month and weather type show an elliptic pattern which has been computed from observed mean values according to Palumbo (1966).
Strong winds
The mean seasonal percentages of strong winds show a low frequency of occurrence (Table 2). Since such winds do not show a regular behaviour and in order to help their statistical forecasting, thè percentages of these winds together with their mean duration and distribution both for direction and interval of intensity are reported onTable 3. The standard deviationof thè mean duration has been found to be lower than 20% of thè tabulated values.
b. Air temperature
The energy consumption and thè amount of pollutants due to heating and refrigeration of buildings and thè buoyancy flux of exiting stack gases depend strongly on air ambient temperature. Fair estimation can be obtained by thè knowledge of thè diurnal variation of air temperature. Hourly residuals around thè daily mean curve for each month and weather type are reported on Table 4 together with hourly residuals regardless of weather classifìcation. Each hourly value of residuals has been found to be significant at 0.99 level. A reduction in thè error/amplitude ratio has been found to be equal to 50% , 30% , 20% and 5% for A, B, C, D weather types when thè latter have been taken into account. Further refìnement may be achieved if one examines thè influence of wind speed on thè air tempera¬ ture cycle, but this has not been examined here.
c. Stability parameter
The stability of thè atmosphere’s lower layers was designated in thè Pasquill scheme (Pasquill, 1974) as a measure of thè rate of vertical diffu-
IABLE 4
Daily variation of residuals of air temperature (°C) around thè mean daily curve for each month and weather type. The last column provides thè mean value for each month and weather type while thè last line provides daily variation of residuals without
any classification
92 G. A diletta, A. Mazzarella, A. Palumbo and P. Vittozzi
|
a « |
p |
o |
ov |
o |
un |
CO |
p |
p |
CN |
co |
p |
un |
o |
tn |
p |
p |
p |
p |
p |
un |
|
« -§ |
cò |
■^r |
\Ó |
oo |
CN |
d |
A |
cò |
CN |
o |
V© |
r-H |
CN |
A |
oó |
p |
A |
cò |
||
|
S > |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
|||||||||||
|
r- |
un |
OO |
CN |
CO |
co |
CO |
CO |
O |
ov |
t— |
xf |
un |
VO |
r- |
o |
p |
p |
p |
||
|
O 1 |
O 1 |
o 1 |
t-=H ! |
1 |
1 |
I— 1 ! |
! |
rH i |
1 |
o ! |
o 1 |
© 1 |
o 1 |
O 1 |
o 1 |
1 |
1 |
I |
I |
|
|
CN |
co |
o |
CN |
CN |
CO |
CN |
t-H |
CO |
CN |
CN |
CN |
t-H |
o |
CN |
r-H |
ro |
||||
|
o 04 |
O 1 |
o |
o |
O 1 |
O 1 |
o 1 |
O 1 |
o ! |
o 1 |
O 1 |
O 1 |
O I |
o I |
O 1 |
© 1 |
o |
O 1 |
o 1 |
d 1 |
d 1 |
|
oo |
CO |
un |
CO |
p |
P |
o\ |
ov |
p |
p |
p |
O |
t"- |
un |
OS |
p |
p |
oq |
Ov |
oo |
|
|
o |
1 |
t-H |
r— 1 |
r-H |
v“H |
CN |
T— 1 |
1 |
tH |
o |
o |
© |
o |
r-( |
1 |
1 |
||||
|
V© |
vq |
CO |
p |
CO |
CN |
CN |
CN |
p |
CO |
Ov |
V© |
p |
p |
p |
vq |
P |
r-l |
p |
p |
p |
|
CN |
co |
CO |
CO |
CO |
cò |
cò |
cò |
cò |
CN |
CN |
CN |
t-H |
CN |
CN |
CN |
rò |
rò |
cò |
cò |
|
|
N- |
p |
°N |
T— 1 |
oq |
G© |
0© |
r— 1 |
G\ |
p |
p |
P |
OO |
p |
vq |
oq |
Ov |
Ov |
,,,, |
||
|
cò |
CO |
■d |
co |
cò |
cò |
rò |
rò |
rò |
CN |
CN |
rò |
cò |
rò |
cò |
cò |
N: |
||||
|
04 |
0\ |
o |
ov |
CN |
p |
un |
p |
un |
un |
vq |
p |
vq |
oq |
OS |
co |
p |
p |
sq |
||
|
CN |
CN |
co |
co |
cò |
cò |
cò |
cò |
rò |
CN |
CN |
CN |
CN |
cò |
cò |
cò |
cò |
||||
|
T— 1 |
VO |
un |
CN |
co |
CN |
O |
p |
p-t |
un |
ro |
CN |
p |
p |
co |
T— 1 |
p |
Ov |
|||
|
o |
o 1 |
o ! |
o |
r-H |
CN |
CN |
CN |
CN |
1 |
?=H |
o |
O |
© I |
Q 1 |
O |
T— 1 |
1 |
CN |
CN |
7— i |
|
DO |
CO |
oo |
oo |
p |
O |
CO |
VQ |
o© |
© |
p |
vq |
p |
p |
un |
o\ |
V- |
CO |
CO |
OO |
|
|
oo |
1 |
CN i |
t=H 1 |
O 1 |
O 1 |
o |
O I |
O 1 |
© 1 |
1 |
1 |
1 |
1 |
! |
1 |
o ! |
o 1 |
O 1 |
d 1 |
d 1 |
|
o\ |
un |
p |
p |
p |
CN |
CO |
un |
p |
r*H |
p |
p |
vq |
ov |
p |
OS |
p |
p |
p |
p |
|
|
MT3 |
1 |
CN ! |
co i |
cò 1 |
co 1 |
cò 1 |
cò 1 |
cò 1 |
cò 1 |
co i |
CN 1 |
CN 1 |
r=H 1 |
1 |
CN 1 |
CN 1 |
rò 1 |
rò 1 |
cò 1 |
cò 1 |
|
p |
p |
CO |
p |
°) |
oo |
p |
p |
oo |
T-t |
ov |
p |
un |
OS |
OO |
p |
p |
p |
p |
||
|
XT |
! |
CN i |
CN ! |
cò 1 |
cò 1 |
cò 1 |
cò 1 |
cò 1 |
cò 1 |
CN I |
CN 1 |
1 |
i |
fH 1 |
s=H 1 |
CN 1 |
rò 1 |
rò 1 |
cò 1 |
cò 1 |
|
p |
r-; |
CN |
OQ |
<— i |
CO |
CN |
CN |
oo |
p |
OO |
p |
Ov |
p |
p |
p |
Ov |
p |
p |
OS |
|
|
Ol |
! |
1 |
CN I |
ri ! |
CO 1 |
cò I |
cò 1 |
cò 1 |
CN 1 |
CN ì |
1 |
1 |
o ! |
! |
i |
CN ! |
CN 1 |
cò 1 |
cò 1 |
CN I |
|
CO |
p |
CN |
p |
p |
un |
p |
p |
oq |
p |
un |
oo |
p |
OS |
p |
vq |
p |
p |
|||
|
o |
! |
F— i 1 |
i |
CN 1 |
CN ! |
CN I |
CN ! |
CN i |
CN 1 |
! |
1 |
1 |
o I |
o 1 |
1 |
I |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
|
Ut |
Ut |
|||||||||||||||||||
|
January |
February |
March |
Aprii |
May |
lune |
July |
August |
Septembe |
Oetober |
Novembe |
Decembe: |
January |
February |
March |
Aprii |
May |
lune |
July |
August |
|
|
< |
P9 |
Short-range forecasting of INPUTS required by diffusive models 93
co co O ^ p co
O 6 h oà
CN oo VO i/-> o
<— < t-h o ov r-~
(N| (N M H H H
t—h es co oo
© o o © I I I I
cn co vo oo oo vo co
t-H t-H .r-H o O O O
I I
o o i-h co ^ io
© © o o o © o
I I I !
co io c-- vq 0 0-0 0.0
I I I
oo xf m o o o o o o l I I I
f- C~- co <N CN
o o o o o
c~- CN vo OO OV t-h CN O ®X fN OV c~^
(N 'O oo H (N (N -H VO
CN CN CN có co có CN t-h
CO OO fN VO o\ OV oo io os oo
rHOOvO’— 1 ’^-ooooor^cNCN 0000^'-^’-^(N0000
'OONfNas^O'^-'^-'— IOOIOCOCN 00^000000000
I I I I
I I
r-r— iLnoo©cNiocqovcqovvq
6rKrHHfN(N(NfNHH66
! ! ! I I I I I I I I I
r-o\cNiooo^- © © *-H ’-H t-H CN
I I ! I I I
C~~- Tf- VO t— (N (N -H -
I I I I
r- vo © © I I
VO O© © CN O O ^ T-1
I I I I
VO h Ov (N
© © © © 1-H
I I I I I
b | J3
c3 3 p .
3 m p rs k. cu
ri o *“< i-i
Co? ctì rv cd
OcoT-iovoovqr- CN CN CN © © © ©
I I I I I I I
-- VO Oh 04
i-4 o o o
I I ! I
r- © I I
£ £ S < §
g X*
03 3
|
^H |
Vh |
Wh |
||
|
CU |
CU |
cu |
||
|
X |
X |
X |
||
|
co |
£ |
cu |
g |
£ |
|
3 |
CU |
X |
CU |
<u |
|
bD 3 |
a CU X/ì |
o o |
> o |
o CD |
|
< |
o |
£ |
Q |
CO
© ©
LO xj- OO © t=h Nf-
VO LO VO LO
o o
I I
o o I I
CO O t— i O co
© © © © ©
I ! I
(N OO VO LO VO
o o o o o
co oo oo o
t-H t-H t— I r— H CN
o CO LO VO OV CN CN CN CN CN
co lo ^ lo
T-H t-H t-H CN CN
CN co oo co
© o o ^
O OO io H tÓ O O I I I I
P IO vq O t-H
hH tH rH N ci
I I I I I
Ov co tJ- Ov ©
O rH rH rH (N
I I I I I
t Ov co lo
o ©
I I
I I
LO VO 0\ y— © © © ^ 1111
c 3 -
§ e |
G -g c3
«? r?. ^
^ >T 2
a =2 S
>T
cu
X)
£
^ £
00 -C
October -1.3 -1.5 -1.7 -1.7 -0.4 0.8 1.9 1.9 1.5 0.8 0.0 -0.3 18.9
November -0.8 -1.1 -1.4 -1.7 -LO 0.3 1.9 2.5 1.8 0.4 -0.3 -0.7 16.5
December -0.7 -1.0 -1.3 -1.4 -LO 0.4 1.7 2.5 1.5 0.3 -0.2 -0.7 14.5
Daily variation of residuals of air temperature (°C) around thè mean daily curve for each month and weather type. The last column provides thè mean value for each month and weather type while thè last line provides daily variation of residuals without
any classifìcation
|
» |
2 |
« |
‘ |
« |
10 |
12 |
H |
18 |
20 |
22 |
ȣ |
||
|
January |
-1.1 |
-1.4 |
-1.7 |
-1.9 |
-1.8 |
-0.1 |
1.9 |
3.4 |
2.6 |
0.8 |
-0.2 |
-0.7 |
13.2 |
|
February |
-1.3 |
-1.7 |
-2.1 |
-2.5 |
-2.3 |
-0.4 |
2.0 |
3.9 |
3.3 |
1.5 |
0.3 |
-0.5 |
14.0 |
|
March |
-1.7 |
-2.2 |
-2.7 |
-3.0 |
-1.8 |
0.6 |
2.9 |
4.1 |
3.4 |
1.3 |
0.0 |
-0.8 |
14.9 |
|
Aprii |
-2.2 |
-2.8 |
-3.3 |
-3.4 |
-0.8 |
1.5 |
3.2 |
4.1 |
3.3 |
1.7 |
-0.2 |
-1.1 |
16.0 |
|
May |
-2.4 |
-3.1 |
-3.7 |
-3.4 |
-0.4 |
2.2 |
3.4 |
3.8 |
3.2 |
1.7 |
-0.2 |
-1.2 |
18.5 |
|
June |
-2.7 |
-3.3 |
-3.9 |
-3.2 |
0.0 |
2.3 |
3.5 |
3.8 |
3.2 |
1.9 |
-0.3 |
-1.3 |
22.3 |
|
A July |
-2.5 |
-3.2 |
-3.8 |
-3.3 |
-0.3 |
2.2 |
3.4 |
3.8 |
3.2 |
1.9 |
-0.2 |
-1.3 |
24.4 |
|
August |
-2.4 |
-3.2 |
-3.7 |
-3.5 |
-0.6 |
2.0 |
3.5 |
4.1 |
3.4 |
2.0 |
-0.1 |
-1.3 |
24.0 |
|
September |
-2.2 |
-2.8 |
-3.4 |
-3.5 |
-0.8 |
1.7 |
3.5 |
4.1 |
3.3 |
1.7 |
-0.3 |
-1.3 |
23.2 |
|
October |
-1.8 |
-2.3 |
-2.8 |
-3.1 |
-1.0 |
1.1 |
3.1 |
3.9 |
2.9 |
1.2 |
-0.2 |
-1.0 |
22.8 |
|
November |
-1.4 |
-1.8 |
-2.1 |
-2.5 |
-1.4 |
0.5 |
2.6 |
3.7 |
2.6 |
1.0 |
-0.2 |
-0.9 |
20.5 |
|
December |
-ì.i |
-1.5 |
-1.9 |
-2.2 |
-1.6 |
0.3 |
2.3 |
3.5 |
2.3 |
0.7 |
-0.2 |
-0.7 |
16.5 |
|
January |
-0.5 |
*-0.9 |
-1.2 |
-1.6 |
-1.4 |
-0.1 |
1.6 |
2.5 |
1.7 |
0.5 |
-0.1 |
-0.4 |
11.0 |
|
February |
-0.8 |
-1.2 |
-1.5 |
-1.9 |
-1.4 |
-0.2 |
1.8 |
2.8 |
2.0 |
0.7 |
-0.1 |
-0.5 |
11.5 |
|
March |
-1.3 |
-1.7 |
-1.9 |
-2.2 |
-1.5 |
0.3 |
2.1 |
3.3 |
2.6 |
0.9 |
-o.i. |
-0.6 |
12.5 |
|
Aprii |
-1.9 |
-2.4 |
-2.8 |
-2.9 |
-0.9 |
1.2 |
2.9 |
3.6 |
2.7 |
1.2 |
0.0 |
-0.7 |
14.5 |
|
May |
-2.3 |
-2.9 |
-3.7 |
-3.4 |
-0.7 |
1.8 |
3.3 |
3.8 |
3.1 |
1.7 |
-0.2 |
-1.0 |
18.5 |
|
B ^UnS |
-2.6 |
-3.2 |
-3.7 |
-3.3 |
-0.3 |
2.1 |
3.5 |
3.9 |
3.3 |
1.8 |
-0.1 |
-1.2 |
21.4 |
|
B July |
-2.4 |
-3.2 |
-3.7 |
-3.4 |
-0.3 |
2.2 |
3.4 |
3.9 |
3.3 |
1.9 |
-0.3 |
-1.4 |
24.2 |
|
August |
-2.2 |
-2.9 |
-3.4 |
-3.4 |
-0.8 |
1.9 |
3.6 |
4.1 |
3.2 |
1.8 |
-0.4 |
-1.4 |
23.5 |
|
September |
-1.6 |
-2.1 |
-2.7 |
-2.9 |
-0.7 |
1.5 |
3.1 |
3.7 |
2.5 |
0.8 |
-0.4 |
-1.2 |
22.4 |
|
October |
-1.3 |
-1 7 |
-1 1 |
n f. |
il ? |
||||||||
|
November |
-0.7 |
-0.9 |
-1-1 |
-1.4 |
-0.8 |
0.5 |
1.7 |
2.2 |
1.3 |
0.3 |
- 0.3 |
-0.7 |
17.5 |
|
December |
-0.7 |
-0.9 |
-1.2 |
-1.3 |
-1.1 |
0.2 |
1.8 |
2.2 |
1.4 |
0.3 |
-0.2 |
-0.6 |
15.0 |
|
January |
-0.4 |
-0.6 |
-0.7 |
-0.7 |
-0.6 |
0.1 |
0.8 |
ì.i |
0.7 |
0.3 |
0.0 |
-0.1 |
10.3 |
|
February |
-0.6 |
-0.8 |
-0.9 |
-1.1 |
-0.9 |
0.0 |
1.1 |
1.7 |
1.2 |
0.5 |
0.0 |
-0.2 |
10.3 |
|
March |
-0.7 |
-1.0 |
-1.2 |
-1.5 |
-1.2 |
0.0 |
1.3 |
2.2 |
1.6 |
0.7 |
0.1 |
-0.3 |
11.0 |
|
Aprii |
-0.9 |
-1.2 |
-1.5 |
-1.8 |
-0.9 |
0.6 |
1.8 |
2.6 |
1,8 |
0.6 |
-0.3 |
-0.8 |
12.7 |
|
May |
-1.2 |
-1.6 |
-1.8 |
-2.0 |
-0.6 |
1.1 |
2.2 . |
2.8 |
1.9 |
0.7 |
-0.4 |
-1.0 |
16.1 |
|
c June |
-1.5 |
-2.0 |
-2.4 |
-2.2 |
0.4 |
1.4 |
2.6 |
3.1 |
2.1 |
1.0 |
-0.5 |
-1.2 |
18.1 |
|
July |
-1.7 |
-2.3 |
-2.7 |
-2.5 |
-0.4 |
1.8 |
2.9 |
3.2 |
2.2 |
1.1 |
-0.4 |
-1.3 |
21.3 |
|
August |
-1.6 |
-2.1 |
-2.4 |
-2.3 |
-0.1 |
2.0 |
2.9 |
3.2 |
2.0 |
0.7 |
-0.8 |
-1.6 |
21.2 |
|
September |
-0.4 |
-0;9 |
-1.6 |
-1.9 |
-0.8 |
0.8 |
1.8 |
2.1 |
1.5 |
0.7 |
-0.4 |
-0.8 |
20.8 |
|
October |
-0.4 |
-0.8 |
-1.1 |
-1.3 |
-0.5 |
0.7 |
1.5 |
1.6 |
1.2 |
0.3 |
-0.5 |
-0.8 |
19.6 |
|
November |
-0.2 |
-0.6 |
-0.7 |
-0.9 |
-0.3 |
0.2 |
0.9 |
1.4 |
0.9 |
0.2 |
-0.3 |
-0.6 |
17.5 |
|
December |
-0.7 |
—0.7 |
-0.6 |
-0.6 |
-0.2 |
0.2 |
0.8 |
1.1 |
0.7 |
0.2 |
0.0 |
-0.3 |
14.0 |
|
January |
-0.5 |
-0.7 |
-0.9 |
-1.0 |
-0.8 |
1.1 |
1.3 |
2.0 |
1.3 |
0.2 |
-0.3 |
-0.6 |
10.3 |
|
February |
-0.6 |
-0.9 |
-1.3 |
-1.5 |
-1.4 |
-0.2 |
1-5 |
2.3 |
1.8 |
0.8 |
0.0 |
-0.5 |
10.4 |
|
March |
-0.9 |
-1.3 |
-1.4 |
-1.6 |
-1.0 |
0.3 |
1.7 |
2.5 |
1.8 |
0.6 |
-0.1 |
-0.6 |
10.5 |
|
Aprii |
-1.1 |
-1.5 |
-1.9 |
-2.0 |
-0.8 |
0.8 |
2.1 |
2.6 |
1.7 |
0.5 |
0.0 |
-0.5 |
11.4 |
|
May |
-1.6 |
-1.7 |
-2.0 |
-2.1 |
-0.5 |
1.3 |
2.5 |
2.9 |
2.0 |
0.6 |
-0.3 |
-1.0 |
14.8 |
June
July
August
September
October
November
December
-1.3 -1.5
-0.8 -1.1 -0.7 -1.0
-1.7 -1.7
-1.4 -1.7
-1.3 -1.4
0.0 -0.3 18.9
-0.3 -0.7 16.5
-0.2 -0.7 14.5
Overall
Short-range forecasting of INPUTS required by diffusi
TABLE 5
Daily variatiom of residuals of Smith number around thè mean daily curve for each month and weather type. The last column provides thè mean vaine for each month and weather type while thè last line provides daily variation of residuals without
any classification
94 G. Adiletta, A. Mazzarella , A. Palumbo and P. Vittozzi
|
C <D |
p |
p |
fN |
0 |
IN |
SO |
so |
p |
p |
00 |
0 |
t=H |
CN |
0 |
0 |
OO |
p |
p |
CN |
P |
CO |
|
S > |
cò |
cò |
cò |
CO |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
cò |
cò |
cò |
cò |
cò |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
ci |
|
<N |
p |
p |
fN |
CO |
SO |
p |
p |
CN |
OS |
p |
CO |
O |
p |
p |
OO |
O |
O |
O |
Os |
||
|
CN |
fN |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
'—l |
1 |
1 |
' 1 |
r-H |
CN |
CN |
CN |
CN |
|||||
|
O |
p |
p |
fN |
io |
p |
IO |
IO |
CO |
Os |
p |
p |
r-H |
CN |
P |
OO |
O |
O |
t—H |
O |
os |
|
|
<N |
1—1 |
CN |
fN |
fN |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
▼— H |
1 |
T— 1 |
1-1 |
1 1 |
1—1 |
CN |
CN |
CN |
CN |
r~* |
|
|
so |
so |
NT |
co |
_ |
OO |
OO |
IN |
co |
T— H |
CN |
OO |
C- |
so |
IO |
Nl- |
CN |
SO |
SO |
SO |
||
|
OO |
0 |
O |
O |
0 |
O 1 |
0 1 |
O 1 |
O ì |
O 1 |
O |
O |
O |
O |
0 |
0 |
0 |
O |
O 1 |
O i |
O 1 |
d 1 |
|
p |
p |
IO |
SO |
OO |
p |
IN |
p |
p |
CN |
O |
00 |
so |
00 |
p |
CN |
p |
p |
p |
CO |
p |
|
|
vo |
0 1 |
1 |
1 |
1 |
1 |
1— ( 1 |
1 |
1 |
1 |
t-H 1 |
1 |
O 1 |
0 1 |
0 1 |
i |
1 |
1 |
1 |
1 |
1 |
1 |
|
T~( |
CN |
io |
p |
so |
p |
CO |
p |
00 |
p |
CO |
p |
p |
p |
os |
, |
P |
p |
0 |
00 |
||
|
1 |
cn 1 |
fN 1 |
fN ! |
CN 1 |
fN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
i— H 1 |
1 |
1 |
1 |
t—H 1 |
1 |
1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
1 |
|
|
p |
p |
so |
OO |
Os |
Os |
SO |
CO |
T _ 1 |
p |
p |
p |
p |
Os |
p |
p |
p |
p |
CO |
^ , |
||
|
5-! |
1 |
fN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
cò 1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
1 |
1 |
t—H 1 |
1 |
1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
ci 1 | |
|
r-< |
Os |
fN |
p |
so |
NT |
CO |
O |
OO |
p |
p |
p |
p |
p |
OO |
O |
O |
O |
Os |
00 |
||
|
0 |
1 |
1 |
fN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
t— H 1 |
1 |
1 |
t—H I |
T=H i |
1 |
1 |
CN 1 |
CN 1 |
CN 1 |
1 |
t*— H 1 ! |
|
c- |
SO |
IO |
N- |
IN |
IN |
p |
SO |
CN |
io |
SO |
so |
SO |
p |
p |
CO |
p |
CO |
p |
co |
p ; |
|
|
OO |
0 |
0 |
O |
O |
1 |
1 |
i |
1 |
1 |
0 1 |
O |
0 |
0 |
O |
0 |
0 |
O 1 |
1 |
1 |
1 |
t—H 1 |
|
p |
Os |
OO |
SO |
CN |
OO |
N |
C~ |
SO |
SO |
OO |
OS |
OS |
OO |
c- |
SO |
so |
so |
SO |
io |
so |
|
|
vo |
O |
0 |
O |
O |
O 1 |
O 1 |
O 1 |
0 ! |
0 |
0 |
0 |
0 |
O |
0 |
0 |
0 |
0 1 |
O 1 |
0 ! |
d 1 ; |
|
|
p |
p |
CO |
p |
OO |
so |
p |
CO |
OS |
p |
p |
CN |
p |
p |
00 |
p |
p |
t |
p |
00 |
||
|
fN |
fN |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
t— H |
t—H |
r-H |
T— ( |
t—H |
CN |
CN |
CN |
CN |
r-H |
||||
|
co |
fN |
CO |
SO |
OO |
SO |
p |
CO |
, |
Os |
p |
CO |
p |
00 |
, |
t—H |
O |
OO |
||||
|
t—H |
fN |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
' 1 |
1 * |
’ 1 |
1—1 |
T— 1 |
’ 1 |
CN |
CN |
CN |
CN |
1— < |
||
|
CO |
O |
fN |
p |
p |
SO |
p |
CO |
7“H |
OS |
to |
p |
CN |
p |
OO |
O |
OO |
|||||
|
fN |
fN |
fN |
CN |
CN |
CN |
CN |
CN |
i-H |
CN |
CN |
CN |
CN |
|||||||||
|
January |
February |
March |
Aprii |
May |
June |
July |
August |
September |
October |
|